martedì 23 marzo 2021

Il licenziamento per giusta causa quale reazione alle condotte di insubordinazione - Tribunale Pordenone, sentenza 17 dicembre 2020

Il Tribunale di Pordenone, con sentenza del 17 dicembre 2020, ha confermato il licenziamento per giusta causa irrogato ad un lavoratore per grave insubordinazione sull’assunto per cui quest’ultimo, con il proprio comportamento, aveva pregiudicato l’esecuzione ed il corretto svolgimento delle disposizioni dei superiori nel quadro della organizzazione aziendale.

Nel caso di specie, lo Studio Legali Lupi & Associati ha assistito e difeso una nota società operante nel settore del fai da te, nell’ambito del giudizio avviato da un ex dipendente avverso il licenziamento per giusta causa irrogatogli dalla datrice di lavoro per aver pubblicato sulla propria Facebook (aperta ad un numero indefinito di utenti) un post contenente frasi gravemente diffamatorie nei confronti della società, nonché per aver minacciato i propri diretti superiori gerarchici nell’ambito di una discussione avente ad oggetto un precedente procedimento disciplinare a suo carico.

Il Tribunale, all’esito della prima fase del c.d. rito Fornero, accoglieva la domanda del lavoratore, in quanto dalle risultanze della sommaria attività istruttoria non poteva rinvenirsi la prova del collegamento tra l’azienda datrice di lavoro e quella citata nel post, e, per l’effetto, dichiarava l’illegittimità del licenziamento, condannando la società alla corresponsione dell’indennità risarcitoria di cui all’art. 18, co. 5 Stat. Lav.

Contro tale ordinanza spiegava opposizione la datrice di lavoro.

Il Tribunale, accogliendo il ricorso in opposizione dell’azienda, ha però ribaltato il proprio iniziale convincimento, appurando, a seguito dell’acquisizione delle prove testimoniali, che il dipendente era stato legittimamente estromesso dall’azienda, a causa di un comportamento di grave insubordinazione sfociato segnatamente in due episodi che avevano pesantemente inciso sul vincolo fiduciario che lo legava alla società.

In particolare, secondo il Tribunale, non solo le frasi contenute nel post condiviso su Facebook erano da ritenersi indirizzate alla datrice di lavoro, integrando potenzialmente gli estremi del reato di diffamazione aggravato, ma veniva, altresì, confermato l’episodio avente ad oggetto la sequela di minacce rivolte nei confronti dei superiori, proferite dal lavoratore urlando e bestemmiando.

Per tali motivi, il Giudice ha revocato l’ordinanza resa all’esito della fase sommaria, dichiarando la legittimità del licenziamento intimato per giusta causa.