venerdì 2 luglio 2021

Abuso di congedi Covid-19: legittimo il licenziamento disciplinare

Il Tribunale di Firenze, con sentenza del 15 giugno 2021, ha confermato la legittimità del licenziamento per giusta causa irrogato ad un lavoratore che, al fine di poter fruire dei congedi speciali di paternità Covid-19, dichiarava falsamente lo stato d’occupazione della compagna, in realtà disoccupata, facendo così venir meno il diritto al congedo con conseguente ingiustificatezza delle assenze effettuate.

Il caso trae origine dal licenziamento per giusta causa di un lavoratore a seguito del diniego, da parte dell’INPS, della domanda di fruizione dei congedi speciali di paternità Covid-19.

L’INPS aveva, infatti, constatato che il lavoratore aveva falsamente dichiarato, al mero fine di potersi assentare dal lavoro, che la compagna fosse occupata lavorativamente quando, in realtà, la stessa, sulla base degli accertamenti effettuati, era priva di occupazione.

La società datrice di lavoro a seguito del venir meno del diritto al congedo speciale in questione, contestava al lavoratore l’assenza di giustificazione per i quindici giorni durante i quali lo stesso si era assentato dal lavoro in forza delle richieste di congedo, provvedendo al licenziamento per giusta causa.

Lo Studio Legale Lupi & Associati ha assistito e difeso la Società datrice di lavoro nell’ambito del giudizio avviato dall’ex dipendente per ottenere la dichiarazione di illegittimità del licenziamento per giusta causa.

Ad avviso del lavoratore, infatti, il licenziamento sarebbe stato ritorsivo in quanto irrogato al fine di liberarsi di un lavoratore che faceva uso di congedi parentali, nonché sproporzionato rispetto alla condotta contestata che, secondo la prospettazione di parte, doveva considerarsi come mero errore commesso in buona fede.

Secondo la tesi del dipendente, l’erronea compilazione dei moduli di richiesta del congedo e le giornate d’assenza ingiustificata conseguenti al diniego da parte dell’INPS, non avrebbero potuto condurre al licenziamento  in quanto, alla data di compilazione dei moduli di richiesta, lo stesso non sarebbe stato a conoscenza del fatto che i congedi Covid presupponevano la condizione che l’altro genitore avesse un’occupazione.

Il lavoratore, infine, sosteneva che il licenziamento fosse in ogni caso illegittimo in quanto comminato in costanza di fruizione del congedo di paternità in violazione delle disposizioni di cui al D.lgs. 151/2001.

Come visto, tuttavia, il Tribunale ha accolto integralmente la difesa della Società dichiarando il licenziamento legittimo.

In particolare, con riferimento all’asserita natura ritorsiva del licenziamento, il Tribunale di Firenze, ricordando che la ragione ritorsiva deve costituire l’unica e determinante ragione a base del licenziamento, ha evidenziato che nel caso in esame il provvedimento non potesse considerarsi ritorsivo visto la pacifica sussistenza del fatto contestato, avente rilevanza sul piano disciplinare.

Con riferimento, invece, alla mancata conoscenza della normativa che prevedeva, quale condizione per la fruizione, l’occupazione lavorativa della compagna, il Giudice ha evidenziato la mancanza di prova di tale ignoranza nonché la totale ininfluenza della circostanza affermando che “Il fatto che egli non fosse a conoscenza del contenuto della norma, oltreché inidonea a costituire una esimente, è circostanza non provata e che comunque non può giustificare il fatto di aver reso dichiarazioni non corrispondenti allo stato reale dei fatti; la chiara delimitazione dell’ambito delle scelte all’interno della “situazione lavorativa dell’altro genitore” e la previsione, tra le opzioni, anche di quella “non lavoratore/non lavoratrice”, contraddice l’esistenza di difficoltà di compilazione della domanda online e di incertezze nascenti dalla assenza di spazi dedicati a certificazioni o spiegazioni, tenuto anche conto che, già in precedenza e più volte, il ricorrente aveva fatto richiesta di congedi parentali ed aveva dimostrato di seguire ed essere a conoscenza della normativa di settore, tanto da rendere sul punto una intervista pubblicata su internet”.

Ad avviso del Tribunale quindi dai fatti emergeva il palese intento fraudolento del lavoratore non essendo possibile ritenere che lo stesso sia incorso in un errore di compilazione dei moduli che risultava improvabile.

Alla luce di ciò il Tribunale, in accoglimento delle difese della società, ha confermato la sanzione espulsiva del licenziamento, ritenendolo proporzionato rispetto al fatto contestato, in quanto la condotta realizzata presentava sul piano oggettivo e soggettivo una gravità qualificata che l’ha resa tale da far venire meno il legame fiduciario a base del rapporto di lavoro, così da integrare gli elementi della giusta causa ex art. 2119 c.c., anche considerato che l’art. 238 del CCNL applicato sanzione con il licenziamento il caso dell’assenza ingiustificata superiore a tre giorni nell’anno solare.

Sulla base della ricorrenza della giusta causa di licenziamento il Tribunale ha, infine, escluso la violazione del divieto di licenziamento intimato durante la fruizione dei congedi previsto dall’art. 54, D.lgs. 151/2001 affermando che la fattispecie in questione dovesse rientrare nella previsione derogatoria di cui al comma 3, lett. a dello stesso articolo che prevede una deroga al divieto nel caso, come quello di specie, di colpa grave del lavoratore costituente giusta causa di licenziamento.