lunedì 29 ottobre 2018

NEWSLETTER DEL 29 OTTOBRE 2018

Chi invoca il danno non patrimoniale deve sempre provarlo.

(Cass. Civ., Sez. Lavoro, Ord. n. 26996 del 24 ottobre 2018)

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 26996 del 24 ottobre 2018, ha precisato che nel caso di infortunio sul lavoro il danno morale è strettamente inerente alla sfera psichica o di animo, mentre il danno biologico è inerente alla salute della persona.

Nel caso in commento, in seguito ad un infortunio sul lavoro, un lavoratore adiva il Tribunale al fine di veder riconosciuto l’infortunio, con conseguente condanna della società datrice di lavoro al risarcimento del danno patito.

Il Giudice adito accoglieva la domanda risarcitoria di accertamento del danno morale e non anche quella di accertamento del danno biologico differenziale, in quanto quest’ultimo doveva intendersi integralmente contenuto in quello riconosciuto dall’INAIL. Da ultimo, il primo giudice dichiarava non fondata la domanda di accertamento del danno esistenziale.

La Corte d’Appello, in riforma della sentenza del Tribunale, accoglieva parte delle domande proposte dalla datrice di lavoro, rilevando come il lavoratore, in particolare in relazione al danno morale, non avesse dedotto alcunché.

La Corte di Cassazione, in conformità con quanto delibato dalla Corte d’Appello, ha precisato che “il danno non patrimoniale, pure nel caso di diritti inviolabili, non può mai ritenersi “in re ipsa”, ma va debitamente allegato e provato da chi lo invoca”.

La Corte ha altresì sottolineato che “il danno non patrimoniale da lesione della salute costituisce una categoria ampia ed onnicomprensiva, nella cui liquidazione il giudice deve tenere conto di tutti i pregiudizi concretamente patiti dalla vittima, ma senza duplicare il risarcimento attraverso l’attribuzione di nomi diversi a pregiudizi identici. Ne consegue che è inammissibile, perché costituisce una duplicazione risarcitoria, la congiunta attribuzione alla vittima di lesioni personali, ove derivanti da reato, del risarcimento sia per il danno biologico, sia per il danno morale, inteso quale sofferenza soggettiva, il quale costituisce necessariamente una componente del primo, posto che qualsiasi lesione della saluta implica una sofferenza fisica o psichica, come pure la liquidazione del danno biologico separatamente da quello c.d. estetico, da quella alla vita di relazione e da quello cosiddetto esistenziale”.

Orario di lavoro: anche il tempo di attesa deve essere retribuito.

(Cass. Civ., Sez. Lavoro, Ord. n. 24828 del 9 ottobre 2018)

Con l’ordinanza n. 24828 del 9 ottobre 2018 la Suprema Corte ha accolto un’interpretazione estensiva della nozione di “orario di lavoro”, affermando che in esso rientra non solo il tempo di messa a disposizione delle energie lavorative occorrenti al fine di svolgere le mansioni affidate, ma anche il tempo della "disponibilità del lavoratore" e quello della sua "presenza sui luoghi di lavoro". Con la conseguenza che, anche i lavori discontinui o di semplice attesa e custodia, sono a tutti gli effetti compresi nella nozione di orario di lavoro e costituiscono lavoro effettivo, come tale da retribuirsi.

Nel caso in esame, un dipendente presentava ricorso avverso la sentenza con la quale la Corte d’Appello, confermando la sentenza del Giudice di primo grado, aveva rigettato la domanda del lavoratore volta ad ottenere il riconoscimento di differenze retributive, sull’assunto per cui all’interno dell’attività lavorativa dovesse farsi rientrare anche il tempo di percorrenza impiegato con la propria autovettura per raggiungere i diversi cantieri aziendali.

La Cassazione ha accolto il ricorso del lavoratore, cassando la sentenza della corte di merito per erronea applicazione dell’art. 1, comma 2 lett. a) del D. Lgs. 66/2003, ai sensi del quale la nozione di orario di lavoro ricomprende “qualsiasi periodo in cui il lavoratore sia al lavoro, a disposizione del datore di lavoro e nell’esercizio della sua attività o delle sue funzioni”.

Secondo la Suprema Corte, infatti, l’intento del legislatore è stato quello di intendere in senso più ampio in concetto di orario di lavoro, adeguandolo alla sempre più crescente tendenza ad una dematerializzazione dell’azienda e al ricorso a forme di lavoro da remoto: in tale ottica, pertanto, con la nozione di orario di lavoro di cui al citato decreto è venuto meno l’ancoraggio del concetto di effettività della prestazione lavorativa alla presenza fisica assidua e continuativa del lavoratore sul luogo di lavoro.

Con tale pronuncia la Cassazione ha così sancito il principio secondo cui la temporanea inattività del lavoratore, in attesa della chiamata del proprio datore di lavoro, non possa essere considerata periodo di riposo intermedio, bensì lavoro a tutti gli effetti, trattandosi comunque di un lasso temporale nel quale egli, tenendosi a disposizione del datore di lavoro, non può comunque disporre liberamente di quel tempo per le proprie esigenze.

I chiarimenti dell’INPS sull’esenzione dalla reperibilità per malattia.
(INPS, nota di chiarimenti del 23 ottobre 2018)

L’INPS, in data 23 ottobre 2018, ha pubblicato sul proprio sito internet una nota con la quale ha definitivamente affermato che l’apposizione del codice “E” nei certificati medici non consente al lavoratore in malattia di ottenere l’esenzione dalle visite di controllo domiciliare.

Tale chiarimento è stato fornito in quanto, “a seguito di notizie diffuse sul web circa le modalità di esonero dalle visite mediche di controllo, molti lavoratori stanno chiedendo ai propri medici curanti di apporre il codice E nei certificati al fine di ottenere l’esenzione dal controllo”.

L’INPS, in particolare, richiamando il proprio messaggio n. 4752 del 13 luglio 2015, ha ribadito che il codice “E” “è un codice a esclusivo uso interno riservato ai medici INPS che consente, qualora la diagnosi del lavoratore evidenzi una condizione di gravità tale da sconsigliare o addirittura controindicare il controllo domiciliare disposto d’ufficio, di escludere il certificato medico dello specifico lavoratore dal flusso dell’applicativo Data mining”.

Il medico curante, invece, non ha la facoltà di apporre tale codice nei certificati medici ma può, solamente nel caso in cui vi siano i requisiti, disporre l’esenzione dalle fasce di reperibilità. Tale facoltà, in particolare, si circoscrive solamente alle ipotesi in cui il lavoratore subordinato sia affetto da patologie gravi che richiedono terapie salvavita o da stati patologici connessi alla situazione di invalidità riconosciuta pari o superiore al 67%.

Di conseguenza l’INPS conclude precisando che “qualsiasi annotazione nelle note di diagnosi della dizione “Codice E” non può evidentemente produrre alcun effetto di esonero né dal controllo né dalla reperibilità, rimanendo possibile la predisposizione di visite mediche di controllo”.

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