lunedì 12 novembre 2018

NEWSLETTER DEL 12 NOVEMBRE 2018

Licenziamento ingiustificato: la Corte Costituzionale ha pubblicato le motivazioni sull’illegittimità del criterio “automatico” di determinazione dell’indennità.

(Corte Costituzionale, Sent. n. 194 dell’8 novembre 2018)

La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 194 dell’8 novembre 2018, ha pubblicato le motivazioni relative alla decisione con la quale è stata dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 3, comma 1 del D. Lgs. n. 23/2015, come modificato dal D.L. 12 luglio 2018, n. 87, nella parte in cui disciplina le modalità di determinazione dell’indennità risarcitoria prevista in caso di licenziamento illegittimo nell’ambito di un rapporto di lavoro in regime di cd. “tutele crescenti”.

Secondo la Corte, una modalità di quantificazione dell’indennità calcolata solo sulla base dell’anzianità di servizio viola i principi costituzionali di eguaglianza e ragionevolezza.

Il contrasto con il principio di uguaglianza emerge sotto il profilo dell’ingiustificata omologazione di situazioni diverse. Ad avviso della Corte l’esperienza prova che il pregiudizio prodotto dal licenziamento ingiustificato dipende da una pluralità di fattori, di cui l’anzianità lavorativa ne è solo uno dei tanti.

Ad avviso della Corte, “all’interno di un sistema equilibrato di tutele, bilanciato con i valori dell’impresa, la discrezionalità del giudice risponde, infatti, all’esigenza di personalizzazione del danno subito dal lavoratore, pure essa imposta dal principio di eguaglianza. La previsione di una misura risarcitoria uniforme, indipendente dalle peculiarità e dalla diversità delle vicende dei licenziamenti intimati dal datore di lavoro, si traduce in un’indebita omologazione di situazioni che possono essere – e sono, nell’esperienza concreta - diverse”.

Relativamente al contrasto con il principio di ragionevolezza, esso emerge sotto “il profilo dell’inidoneità dell’indennità medesima a costituire un adeguato ristoro del concreto pregiudizio subito dal lavoratore a causa del licenziamento illegittimo e un’adeguata dissuasione del datore di lavoro dal licenziare illegittimamente”.

Il calcolo dell’indennità risulta così inadeguato e non in conseguenza della fissazione di una misura minima e massima della stessa indennità, ma dall’aumento della stessa solo in virtù della crescita dell’anzianità di servizio.

Infine, la Corte rileva che l’art. 3 viola anche gli art. 76 e 117, primo comma della Costituzione, in relazione all’art. 24 della Carta sociale europea, ai sensi del quale “per assicurare l’effettivo esercizio del diritto a una tutela in caso di licenziamento, le Parti contraenti si impegnano a riconoscere «il diritto dei lavoratori licenziati senza un valido motivo, ad un congruo indennizzo o altra adeguata riparazione nella parte in cui riconosce il diritto dei lavoratori licenziati senza un valido motivo ad ottenere un congruo indennizzo o altra adeguata riparazione”.

In conclusione, la Corte ha chiarito che il giudice nel determinare l'indennità risarcitoria, dovrà tenere conto non solo dell'anzianità di servizio, ma anche degli altri criteri desumibili in chiave sistematica dalla evoluzione della disciplina limitativa dei licenziamenti, quali il numero dei dipendenti occupati, le dimensioni dell’attività economica, il comportamento e le condizioni delle parti.

Inammissibile il licenziamento intimato al lavoratore per fatti alla base di un precedente provvedimento espulsivo.

(Cass. Civ., Sez. Lavoro, Sent. n. 26815 del 23 ottobre 2018)

Con la sentenza n. 26815 del 23 ottobre 2018 la Corte di Cassazione ha ribadito “il divieto di esercitare due volte il potere disciplinare per uno stesso fatto, sotto il profilo di una sua diversa valutazione o configurazione giuridica”.

Nel caso in commento, un lavoratore adiva l'autorità giudiziaria chiedendo che venisse accertata, in quanto espressione di un abuso di diritto, l'illegittimità del licenziamento comminatogli. Il lavoratore, infatti, evidenziava che il potere disciplinare in ordine ai fatti posti alla base del licenziamento fosse stato, in concreto, già consumato dal datore di lavoro con l'irrogazione di un primo provvedimento espulsivo annullato in sede di un precedente giudizio.

Il Tribunale adito dichiarava la nullità del recesso datoriale.

La Corte di Appello, confermava la pronuncia di primo grado, evidenziando che la parte datoriale avesse consumato, con la sanzione annullata, il potere disciplinare anche in ordine ai fatti oggetto del successivo recesso. In sostanza la Corte aveva osservato che il datore di lavoro, con il primo licenziamento, aveva rinunciato ad avvalersi del proprio potere disciplinare in relazione ai singoli episodi, decidendo di contestare, non tanto i singoli accadimenti, quanto, invece, l'abitualità della condotta del lavoratore.

Anche la Corte di Cassazione ha confermato tale principio ribadendo l'illegittimità del secondo licenziamento in quanto i fatti oggetto dello stesso, nel loro verificarsi dal punto di visto fenomenico, altro non erano che mere specificazione della condotta abituale contestata al lavoratore con il primo licenziamento.

Secondo la Corte di Cassazione, pertanto, il secondo procedimento disciplinare, promosso dopo l'esaurimento del primo e relativo ai medesimi accadimenti, altro non sarebbe che un'inammissibile duplicazione del potere disciplinare del datore di lavoro.

Salvo l’ipotesi di colpa dell’azienda, l’infortunio sul lavoro si conteggia nel comporto.

(Cass. Civ., Sez. Lavoro, Sent. n. 26498 del 19 ottobre 2018)

Con la sentenza n. 26498 del 19 ottobre 2018, la Suprema Corte ha sancito un importante principio in tema di legittimità del licenziamento del dipendente assente dopo aver subìto un infortunio sul posto di lavoro, affermando la necessaria sussistenza di un nesso causale tra questo e una condotta inadempiente del datore di lavoro in tema di sicurezza sul lavoro.

Nel caso in esame una lavoratrice, a seguito di una caduta da una scala che le aveva provocato delle lesioni per le quali si era dovuta assentare dal lavoro per oltre centottanta giorni, era stata licenziata per superamento del periodo di comporto: ad avviso della ricorrente il licenziamento era illegittimo in quanto l’imprenditore non avrebbe dovuto computare nel periodo di comporto anche le assenze dovute all’infortunio sul lavoro, al pari di quanto avviene per le assenze per malattia.

La Cassazione, confermando le pronunce dei giudici di merito, ha evidenziato che le assenze del lavoratore derivanti da un infortunio sul lavoro rientrano nella nozione di infortunio o malattia di cui all’art. 2110 c.c., con la conseguenza che perché l’assenza possa essere detratta dal computo, non è sufficiente che l’infortunio si sia verificato nell’esercizio dell’attività professionale, essendo necessario quel quid pluris costituito da un inadempimento del datore di lavoro in materia di sicurezza sul lavoro.

Secondo la Suprema Corte, pertanto, ove l’imprenditore abbia regolarmente adottato tutte le necessarie misure di prevenzione e protezione, le assenze conseguenti all’infortunio sul lavoro sono legittimamente computabili ai fini del comporto.