lunedì 26 novembre 2018

NEWSLETTER DEL 26 NOVEMBRE 2018

Annullabili le dimissioni firmate dal lavoratore fortemente stressato

(Cass. Civ., Sez. Lavoro, Sent. n. 30126 del 21 novembre 2018)

Con la sentenza n. 30126 del 21 novembre 2018, la Corte di Cassazione ha ribadito che in caso di dimissioni del lavoratore subordinato, trattandosi di un atto con cui lo stesso rinuncia al proprio posto di lavoro, è necessario verificare se, al momento in cui il lavoratore manifesta la volontà di dimettersi, la stessa sia univoca e incondizionata.

Nel caso in commento, un dipendente comunale, lamentando una situazione di particolare stress ed insoddisfazione legato al luogo di lavoro, decideva di rassegnare le dimissioni, salvo chiederne - poco dopo - la immediata revoca.

Il Comune rigettava tale richiesta ed il lavoratore adiva il Tribunale chiedendo l’annullamento delle dimissioni.

Sia il Tribunale che la Corte d’Appello rigettavano il ricorso del lavoratore, sostenendo che, pur mostrando un notevole turbamento psichico, al momento delle dimissioni il lavoratore non si trovasse in una condizione di totale esclusione della capacità psichica e volitiva e, quindi, in condizione di incapacità naturale.

In particolare la Corte d’Appello evidenziava che, pur avendo arrecato un serio pregiudizio al lavoratore, che era privo di un’alternativa di lavoro e con una famiglia a carico, le dimissioni non potevano considerarsi frutto di una decisione improvvisa e inconsapevole.

La Corte di Cassazione ha però disatteso tale conclusione e cassato con rinvio la sentenza della Corte d’Appello.

Secondo la Cassazione, attesa la particolare natura delle dimissioni, per l’annullamento delle dimissioni “non occorre la totale privazione delle facoltà intellettive e volitive, essendo sufficiente un turbamento psichico tale da impedire la formazione di una volontà cosciente, facendo così venire meno la capacità di autodeterminazione del soggetto e la consapevolezza in ordine all’importanza dell’atto che sta per compiere”.

La mera designazione di un Responsabile della Prevenzione non scagiona il datore di lavoro.

(Cass. Pen., Sez. IV, Sent. n. 51321 del 12 novembre 2018)

Con la sentenza n. 51321 del 12 novembre 2018, la Suprema Corte ha stabilito che la mera designazione di un Responsabile del Servizio di Prevenzione non è di per sé sufficiente a sollevare il datore di lavoro dalla responsabilità in materia di violazione degli obblighi per la prevenzione di infortuni sul lavoro, in quanto ai sensi del D. Lgs. 81/2008 il Responsabile è un mero consulente dell’imprenditore in materia antinfortunistica, e come tale privo di poteri decisionali.

Nel caso in esame, il lavoratore non aveva rispettato la distanza di sicurezza durante una manovra di scarico su un autocarro, precipitando con esso da 10 metri di altezza e decedendo: la Corte d’Appello di Roma, ribaltando la sentenza di primo grado, aveva condannato sia il datore di lavoro sia il Responsabile del Servizio ritenendo che, sebbene il lavoratore avesse tenuto una condotta errata, tale imprudenza non era sufficiente ad esonerare il datore di lavoro dalla propria responsabilità, in quanto il Responsabile risponde sempre in concorso con l’imprenditore.

La Cassazione ha confermato la pronuncia della Corte territoriale, ribadendo il principio per cui il Responsabile risponde dell’infortunio a titolo di colpa professionale, unitamente al datore di lavoro, qualora l’evento sia imputabile ad una sua negligenza e imperizia tali da aver indotto quest’ultimo ad omettere l’adozione di doverose misure di sicurezza.

Pertanto, secondo la Suprema Corte, il datore di lavoro e il Responsabile del Servizio sono responsabili in solido ogniqualvolta l’infortunio sia oggettivamente riconducibile ad una situazione pericolosa che il secondo aveva l’obbligo di riconoscere e segnalare, e l’evento non sia da imputarsi ad una condotta anomala e assolutamente imprevedibile posta in essere dal lavoratore in considerazione delle mansioni attribuitegli.

Legittimo il licenziamento della madre lavoratrice insubordinata.

(Trib. Milano, Sez. Lavoro, Sent. n. 2787 del 7 novembre 2018)

Il Tribunale di Milano, con la sentenza n. 2787 del 7 novembre 2018, ha confermato l’ordinanza con la quale, all’esito del giudizio di fase sommaria secondo il rito di cui alla L. 92/2012, era stata dichiarata la legittimità del licenziamento disciplinare irrogato, da una nota società svedese, ad una lavoratrice madre con a carico un figlio disabile.

Nel caso in commento, la società aveva comunicato alla lavoratrice il cambiamento dell’orario di lavoro, con preavviso di un mese.

Tuttavia, la dipendente, contraria alla modifica dei turni, decideva di svolgere la propria mansione secondo la turnistica precedente.

In aggiunta a tale episodio, durante lo svolgimento della propria attività, la lavoratrice si era allontanata dalla propria postazione e recata in pausa pranzo, senza alcuna autorizzazione, e in violazione della nuova turnistica di lavoro da seguire.

Durante la pausa, stante la scopertura della postazione, si verificava un dibattito con il coordinatore al quale la lavoratrice rispondeva con un comportamento ritenuto dalla società oltraggioso.

A causa dell’atteggiamento complessivamente tenuto, la società decideva di avviare un procedimento disciplinare nei confronti della lavoratrice, conclusosi con l’irrogazione della sanzione del licenziamento per giusta causa.

La dipendente, ritenuto il licenziamento discriminatorio, adiva il Tribunale chiedendo la dichiarazione di illegittimità dello stesso e per l’effetto la condanna della società alla reintegra nel posto di lavoro e al risarcimento del danno subito.

Relativamente alla discriminatorietà del licenziamento, il giudice del lavoro ha ritenuto che la ricorrente non avesse fornito gli elementi di fatto “precisi e concordanti” necessari a fondare la presunzione di licenziamento discriminatorio.

Per di più, conformemente con quanto deciso nell’ordinanza impugnata, il giudice ha ritenuto i fatti contestati disciplinarmente rilevanti e proporzionali al provvedimento espulsivo adottato dalla società datrice di lavoro.

Tuttavia, nonostante il giudizio di soccombenza, il Tribunale di Milano ha ritenuto di dover disporre la compensazione delle le spese di lite, tenuto conto “della particolare condizione delle parti, del fatto che la lavoratrice abbia seguito la vecchia turnazione anche in ragione del consiglio avuto dalla sindacalista, la considerazione che la ricorrente sia stata comunque spinta a violare la turnazione per esigenze legittime, dalla circostanza che la frase ingiuriosa pronunciata sia stata resa in un contesto di obiettive difficoltà familiari e lavorative”.