lunedì 3 dicembre 2018

NEWSLETTER DEL 3 DICEMBRE 2018

Omissione contributiva: è responsabile il commercialista che, d’accordo con il manager della società, assecondi la decisione di non pagare i contributi dei lavoratori dipendenti.

(Cass. Civ., Sez. III Civile, Ord. n. 29846 del 20 novembre 2018)

Con l’ordinanza n. 29846 del 20 novembre 2018, la Corte di Cassazione ha stabilito che il commercialista è responsabile dei danni causati alla società nel caso in cui, in violazione del proprio dovere di diligenza professionale, accetti l’illecita proposta del manager della società cliente di conteggiare i contributi previdenziali secondo criteri contrari alla legge.

Nel caso in commento, un commercialista, su invito del manager di una società, ometteva il pagamento dei contributi dei lavoratori dipendenti per i giorni di assenza non retribuita.

Da tale omissione era derivato un accertamento INPS che aveva determinato la condanna della società al pagamento di sanzioni, soprattasse e interessi. Il Tribunale di primo grado riteneva il professionista responsabile per essere stato inadempiente al proprio dovere di diligenza professionale.

La Corte d’Appello, ritenendo che nel caso di specie fosse possibile configurare un concorso di colpa del soggetto danneggiato, riduceva il risarcimento del danno in misura pari al 50% delle sanzioni e degli interessi richiesti dall’INPS alla società.

La Corte di Cassazione, nel confermare la pronuncia d’appello, sottolineava che “le obbligazioni inerenti all’esercizio dell’attività professionale sono, di regola, obbligazioni di mezzi e non di risultato, in quanto il professionista, assumendo l’incarico, si impegna a prestare la propria opera per raggiungere il risultato sperato, ma non a conseguirlo”.

Di conseguenza il commercialista, in ottemperanza al proprio dovere professionale, non avrebbe dovuto accettare la proposta illecita della società cliente di conteggiare i contributi previdenziali secondo criteri contrari alla legge; in adempimento al dovere di diligenza professionale, avrebbe dovuto rifiutarsi di assecondare l’illecita richiesta dal cliente.

La Corte di Cassazione, quindi, tenendo conto anche dell’incidenza della condotta della società, confermava la responsabilità, limitatamente al 50% del danno patito, del commercialista.

La legittimità del patto di prova nella successione dei contratti di lavoro: applicabilità e limiti.

(Cass. Civ., Sez. Lavoro, Ord. n. 28252 del 6 novembre 2018)

Con la sentenza n. 28252 del 6 novembre 2018 la Corte di Cassazione ha ribadito l’orientamento secondo cui è legittima la ripetizione del patto di prova - in due successivi contratti di lavoro tra le medesime parti -, se tutela l’interesse di entrambe a sperimentare la convenienza del rapporto, dovendosi ritenere illegittima esclusivamente nel caso in cui tale verifica sia già intervenuta.

Il caso trae origine dal ricorso presentato da un lavoratore volto ad accertare la nullità ed inefficacia del patto di prova e la conseguente declaratoria di illegittimità del licenziamento intimatogli per mancato superamento del patto di prova (apposto al secondo contratto), sul presupposto di aver già superato la prova inserita nel precedente contratto per lo svolgimento delle medesime mansioni.

La Corte d’Appello aveva accolto le doglianze del datore di lavoro, soccombente nel primo grado di giudizio, rilevando come l’identità delle mansioni attribuite al lavoratore in entrambi i contratti non fosse d’impedimento alla validità del patto di prova inserito nel secondo contratto (a tempo indeterminato).

La Corte di Cassazione, nel rigettare il ricorso presentato dal lavoratore, ha chiarito che “la causa del patto di prova va individuata nella tutela dell’interesse comune alle due parti del rapporto di lavoro, in quanto diretto ad attuare un esperimento mediante il quale sia il datore di lavoro che il lavoratore possono verificare la reciproca convenienza del contratto, accertando il primo la capacità del lavoratore e quest’ultimo, a sua volta, valutando l’entità della prestazione richiestagli e le condizioni di svolgimento del rapporto. E’ peraltro ammissibile il patto di prova in due contratti di lavoro successivamente stipulati tra le stesse parti, purché risponda alle suddette finalità, potendo intervenire nel tempo molteplici fattori attinenti non solo alla capacità professionale, ma anche alle abitudini di vita o a problemi di salute”.

Nel caso in esame, concludeva la Corte, tra il primo e il secondo contratto si era verificato un mutamento del contesto sociale e lavorativo tale da determinare nel lavoratore la comparsa di sindrome ansioso-depressiva e tale da giustificare l’inserimento, nel secondo contratto, di un periodo di prova.

Mobbing: l’onere della prova del portiere che lamenti condotte vessatorie da parte del condominio.

(Cass. Civ. Sez. Lavoro, Ord. n. 25872/2018 del 16 ottobre 2018)

Con l’ordinanza n. 25872 del 16 ottobre 2018 la Suprema Corte ha chiarito che, poiché il mobbing può verificarsi in qualsiasi ambiente di lavoro, esso è ravvisabile anche nei confronti del portiere di condominio in presenza di una condotta vessatoria perpetrata da parte dell’amministratore e dei condòmini.

Nel caso in esame, il portiere di un condominio, lamentando di aver subìto reiterate vessazioni ed angherie da parte dell’amministratore di condominio e di alcuni condòmini, aveva agito in giudizio chiedendo che gli stessi venissero condannati per mobbing, sul presupposto che, nell’ambito del condominio, la figura dell’amministratore è equiparabile a quella del datore di lavoro.

Il Tribunale di Catania, confermato dalla Corte d’appello,  rigettava il ricorso, ritenendo che il lavoratore non avesse fornito una prova idonea a dimostrare i comportamenti persecutori e discriminatori posti in essere in modo sistematico e prolungato da parte dei convenuti.

La Cassazione ha ribadito le conclusione del giudice d’appello, ribadendo che gli episodi denunciati dal lavoratore, rivelatori di diversi conflitti sul luogo di lavoro, non erano sufficienti a configurare la fattispecie del mobbing: secondo la Corte, infatti, la configurabilità di una condotta mobbizzante era troppo difficoltosa a causa della “frammentazione del condominio - datore di lavoro, in una pluralità di datori di lavoro impersonati dai singoli condòmini”.

Pertanto, secondo la Suprema Corte, poiché il condominio è equiparabile ad un’azienda, nell’ambito della quale l’amministratore può essere considerato come il datore di lavoro, grava sul lavoratore (portiere) dimostrare il nesso causale tra la condotta asseritamente mobbizzante del datore di lavoro e il danno sofferto, dimostrando che il comportamento datoriale, volto ad estrometterlo dal contesto lavorativo, ha causato un danno alla propria integrità psico-fisica.