martedì 8 gennaio 2019

NEWSLETTER DELL'8 GENNAIO 2019

Dirigenza medica: non vi è diritto alla qualifica superiore in mancanza di una determina dell’AsL.

(Cass. Civ., Sez. Lavoro, Sent. n. 91 del 4 gennaio 2019)

Con sentenza n. 91 del 4 gennaio 2019, la Corte di Cassazione ha affermato che la disciplina dettata dall’art. 2103 cod. civ. non si applica ai dirigenti attesa la peculiarità della qualifica ricoperta e che ciò rileva anche con riferimento alla dirigenza sanitaria.

Nel caso di specie, un dirigente medico di primo livello, assegnato ad un SERT ad alta utenza, chiedeva la condanna dell’ASL al pagamento di asserite differenze retributive in quanto, a suo dire, avrebbe svolto mansioni superiori, normalmente assegnate ai dirigenti di secondo livello.

Sia il Tribunale adito che la Corte d’Appello rigettavano il ricorso del dirigente medico affermando che, in assenza di una determinazione dell’azienda sanitaria locale di appartenenza, dalla quale emerga la presenza della figura professionale rivendicata, debba escludersi che possano essere accordate possibili differenze retributive.

Tali pronunce venivano confermate dalla Corte di Cassazione secondo la quale, la qualifica corrispondente ad una nuova classificazione contrattuale non può essere riconosciuta prima che l’Amministrazione individui i posti all’interno della propria dotazione organica.

Secondo la Cassazione, inoltre, risultavano infondate le censure sollevate dal dirigente medico circa l’asserita violazione dell’art. 2103 c.c.

Ed infatti, sia l’ultimo comma dell’art. 15 ter del D. Lgs. n. 502 del 1992, sia l’art. 28 comma 6° del CCNL di settore, dell’area relativa alla dirigenza medica e veterinaria del servizio sanitario nazionale, stabiliscono espressamente che ai dirigenti medici operanti presso le strutture pubbliche nazionali non si applica l’art. 2103 c.c., data l’equivalenza delle mansioni dirigenziali.

Di conseguenza, in assenza di specifico provvedimento dell’ASL che qualifichi il SERT ove operava il dirigente come struttura medica complessa, attesa l’inapplicabilità dell’art. 2103 cod. civ., la Corte ha concluso per la legittimità dell’inquadramento del dirigente nel primo livello contrattuale.

Demansionamento professionale e risarcimento del danno.

(Cass. Civ., Sez. Lavoro, Ord. n. 21 del 3 gennaio 2019)

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 21 del 3 gennaio 2018, ha affermato che la società datrice di lavoro è tenuta al risarcimento del danno quando il demansionamento professionale è provato, anche in via presuntiva.

Nel caso in commento, una lavoratrice dipendente lamentava un consistente peggioramento della propria posizione lavorativa e adiva il Tribunale al fine di ottenere il risarcimento del danno da demansionamento.

Nello specifico, la lavoratrice lamentava di essere stata  assegnata a mansioni inferiori rispetto a quelle precedentemente ricoperte, di vice direttore, con compiti relativi al mero controllo e smistamento di pacchi e con la  responsabilità di una sola unità operativa.

La Corte d’Appello, in riforma di quanto stabilito dal Tribunale, riconosceva il demansionamento e condannava la società datrice di lavoro al pagamento della somma di euro 60.000 euro a titolo di risarcimento del danno biologico e alla professionalità.

La società proponeva ricorso in Cassazione avverso la sentenza della Corte d’Appello sostenendo l’omesso esame di un fatto decisivo e il conseguente mancato riconoscimento probatorio.

La Corte di Cassazione nell’esame della vicenda, ha ricordato il principio secondo cui, nonostante il danno da demansionamento non sia in re ipsa, la prova dello stesso può essere data, ai sensi dell’art. 2729 cod. civ., anche attraverso l’allegazione di presunzioni gravi, precise e concordanti, sicché a tal fine possono essere valutati, quali elementi presuntivi, la qualità e la quantità dell’attività lavorativa svolta, il tipo e la natura della professionalità coinvolta, la durata del demansionamento, la diversa e nuova collocazione lavorativa assunta dopo la prospettata qualificazione.

La Suprema Corte ha così rigettato il ricorso promosso dalla società e ha precisato che la Corte territoriale, nel qualificare e liquidare i danni, aveva correttamente valutato le condotte obiettivamente mortificanti patite dalla lavoratrice.

Permesso di soggiorno e lavoro nero: la giurisdizione spetta al giudice ordinario.

(Cass. Civ. S.U., n. 32774 del 19 dicembre 2018)

Con sentenza n. 32774 del 19 dicembre 2018 le Sezioni Unite hanno confermato che, nelle cause aventi ad oggetto l’opposizione al diniego del permesso di soggiorno richiesto dal lavoratore sfruttato dal lavoro nero, la competenza è del giudice ordinario.

Nel caso in esame, un cittadino senegalese chiedeva al Tribunale che venisse accertato il proprio diritto al rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari ex art. 22 comma 12-quater del T.U. sull’immigrazione, fondando tale domanda sulla circostanza di essere stato sfruttato dal proprio datore di lavoro in nero e di essersi dichiarato disponibile a cooperare nel processo penale a carico di quest’ultimo: tale domanda veniva respinta sia dal Tribunale che dalla Corte d’Appello, le quali hanno entrambe eccepito il difetto di giurisdizione del giudice ordinario a favore di quello amministrativo.

La Cassazione, ribaltando le pronunce delle corti di merito, ha affermato la giurisdizione del giudice ordinario nelle cause concernenti l’impugnazione del provvedimento di diniego del permesso di soggiorno emesso del questore, e ciò alla luce dell’art. 22 comma 12-quater cit. che stabilisce che "nelle ipotesi di particolare sfruttamento lavorativo (…) è rilasciato dal questore, su proposta o con il parere favorevole del procuratore della Repubblica, allo straniero che abbia presentato denuncia e cooperi nel procedimento penale instaurato nei confronti del datore di lavoro, un permesso di soggiorno ai sensi dell'articolo 5, comma 6".

Secondo la Suprema Corte, infatti, poiché la situazione giuridica soggettiva dello straniero ha natura di diritto fondamentale, non può essere suscettibile delle valutazioni discrezionali del potere amministrativo del questore: tale principio, prosegue la Corte, è applicabile anche alle richieste di permesso di soggiorno nell’ambito dello sfruttamento dello straniero irregolare, ove questi abbia denunciato il datore di lavoro e si sia reso disponibile a cooperare nel processo penale a carico di quest’ultimo.

Pertanto, secondo le Sezioni Unite la cognizioni di tali controversie spetta alle sezioni specializzate in materia di immigrazione istituite presso i tribunali ordinari, alle quali spetterà l’instaurazione di un procedimento a cognizione piena atto “a verificare la sussistenza dei relativi presupposti, atteso che il parere dal procuratore della Repubblica, cui è condizionato il rilascio del permesso da parte del questore, costituisce esercizio di discrezionalità tecnica ed esaurisce la propria rilevanza all'interno del procedimento amministrativo, non vincolando l'autorità giurisdizionale".