lunedì 20 maggio 2019

NEWSLETTER DEL 20 MAGGIO 2019

Installazione ed utilizzo degli impianti audiovisivi e altri strumenti di controllo dei lavoratori: obbligatoria l’autorizzazione ITL.

(Interpello del Ministero del Lavoro n. 3 dell’8 maggio 2019)

Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, con l’interpello n. 3 dell’8 maggio 2019, ha ribadito che “la formulazione dell’articolo 4, primo comma, della legge n. 300 del 1970 non consente la possibilità di installazione ed utilizzo degli impianti di controllo in assenza di un atto espresso di autorizzazione, sia esso di carattere negoziale (accordo sindacale) o amministrativo (il provvedimento)”.

Il provvedimento in esame è stato emesso in risposta al quesito sollevato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, ovvero se il silenzio dell’organo amministrativo adito, rispetto all’istanza di autorizzazione all’installazione di un impianto di videosorveglianza, possa essere considerato un assenso tacito all’istanza medesima, in virtù del quale l’impresa possa procedere all’installazione degli impianti richiesti. Il Ministero, ribadendo i presupposti legittimanti la richiesta di installazione degli impianti di controllo, ovvero l’effettiva sussistenza delle esigenze organizzative e produttive, nonché il rispetto delle disposizioni in materia di privacy, ha escluso l’applicazione del principio del silenzio assenso.

Ed infatti, a detta del Ministero, l’applicazione del principio del silenzio assenso costituirebbe una violazione della procedura prevista, di per sé inderogabile.

Pertanto, l’installazione e l’utilizzo degli strumenti di controllo a distanza è sempre subordinata all’accoglimento dell’istanza di autorizzazione.

L’impugnabilità delle conciliazioni sottoscritte in sede sindacale.

(Tribunale di Roma Sez. III Lavoro, sent. n. 4354 del 8 maggio 2019)

Il Tribunale di Roma, con sentenza n. 4354 del 8 maggio 2019, ha affermato che le rinunce e le transazioni contenute in un verbale di conciliazione sottoscritto in sede sindacale, ex art. 411 c.p.c., sono impugnabili nel termine ordinario di 6 mesi, qualora il CCNL di riferimento non disciplini l’istituto della conciliazione e la relativa procedura.

Nel caso di specie, una lavoratrice adiva il Tribunale chiedendo di accertare l’invalidità del verbale di conciliazione sottoscritto presso l’azienda, a suo avviso siglato per effetto della violenza morale subita.

Il giudice, accogliendo il ricorso promosso dalla lavoratrice, ha ricordato che la ratio della conciliazione prevista dalla contrattazione collettiva è “quella di assicurare (…) la pienezza di tutela del lavoratore in considerazione dell’incidenza che ha la conciliazione sindacale sui suoi diritti inderogabili e dell’inoppugnibilità della stessa”.

Pertanto, secondo il Tribunale, ai sensi del combinato disposto degli artt. 2113 c.c. e 412 ter c.p.c., sono inoppugnabili le sole conciliazioni firmate in sede sindacale “con le modalità previste dai contratti collettivi sottoscritti dalle associazioni sindacali maggiormente rappresentative”.

Conseguenza naturale di questa lettura è quella di ritenere impugnabili i verbali di conciliazione nei casi in cui il contratto collettivo applicato al rapporto non disciplini la procedura di conciliazione.

Il giudice ha inoltre affermato che la conciliazione è, altresì, impugnabile, sempre nel termine ordinario di 6 mesi, qualora il rappresentante sindacale che sottoscrive il verbale non fornisca effettiva attività di assistenza al lavoratore, mediante l’approfondita ed esaustiva spiegazione degli effetti e delle conseguenze delle rinunce che l’istituto comporta.

In conclusione, la sentenza in commento, nonostante non sia emersa in sede d’istruttoria una coartazione della volontà ai danni della lavoratrice finalizzata ad estorcerle la firma, ha voluto sottolineare la funzione di tutela della conciliazione sottoscritta in sede sindacale, delineando un orientamento giurisprudenziale che tende a rendere inoppugnabili i soli verbali di conciliazione concretamente idonei ad assolvere il compito di supporto al lavoratore che le associazioni sindacali sono tenute ad assicurare.

 Congedo di maternità post partum: le prime indicazioni dall’INPS.

(INPS, messaggio del 6 maggio 2019, n. 1738)

L’Inps ha reso disponibile online il modello con cui le lavoratrici potranno richiedere di usufruire integralmente del congedo di maternità a partire dal giorno successivo a quello della nascita del bambino.

Ciò in forza di quanto previsto dall’art. 1, comma 485, della legge 30 dicembre 2018, n.145 (legge di bilancio) che, in tema di congedo di maternità obbligatorio, ha introdotto la possibilità di utilizzare tutti e 5 i mesi del congedo post partum dopo la nascita del bambino, ed entro i cinque mesi successivi, a condizione che il medico specialista del Servizio sanitario nazionale o convenzionato, attestino che tale opzione non danneggia la salute della gestante e del nascituro. Una facoltà riconosciuta in alternativa a quanto disposto dal comma 1 dell’art. 16 del D.Lgs. 151/2001.

L’INPS ricorda che, già a far tempo dal 6 maggio, le lavoratrici possono presentare domanda telematica di maternità spuntando la specifica opzione della fruizione integrale post parto per la durata di cinque mesi (compreso il giorno del parto).

La domanda dovrà essere presentata prima dei due mesi antecedenti la data presunta del parto e comunque, ai fini della prescrizione del diritto all’indennità, entro un anno dalla conclusione del periodo indennizzabile.

Le lavoratrici potranno presentare la domanda accedendo al portale web dell’INPS, mediante apposito PIN, tramite patronato oppure tramite contact center.

L'Istituto di previdenza ricorda che la documentazione deve essere trasmessa alla Sede competente, in originale ed in busta chiusa recante la dicitura "contiene dati sensibili".

Nel messaggio in commento, l’Istituto informa che le domande presentate saranno gestite non appena arriveranno le indicazioni tecniche con apposita circolare.

Il datore di lavoro, dunque, al fine di evitare sanzioni di tipo penale per violazione dell’obbligo di astensione, dovrà accertarsi che la domanda sia stata presentata prima della fine del settimo mese di gravidanza, nonché verificare la sussistenza e la completezza della relativa certificazione del medico, anch’essa rilasciata entro il settimo mese.