lunedì 8 luglio 2019

NEWSLETTER DELL'8 LUGLIO 2019

Prescrizione dei crediti retributivi: non decorre in costanza di rapporto di lavoro.

(Corte d’Appello di Milano, Sez. Lavoro, sent. n. 376 del 30 aprile 2019)

Con la sentenza n. 376 del 30 aprile 2018, la Corte d’Appello di Milano ha stabilito che “a seguito delle modifiche apportate dalla L. n. 92 del 2012 all’art. 18 L. n. 300 del 1970, la prescrizione dei crediti retributivi non decorre in costanza di rapporto di lavoro, anche ove a questo sia applicabile l’art. 18”.

Nel caso di specie alcuni lavoratori, in seguito alla cessazione del rapporto di lavoro, adivano il Tribunale di Milano al fine di veder riconosciuto il proprio diritto alla corresponsione delle maggiorazioni per lavoro notturno e festivo prestato in costanza di rapporto di lavoro.

L’ex datrice di lavoro si costituiva in giudizio evidenziando che il credito azionato fosse ormai prescritto. Il Tribunale, rigettando la tesi della società, accoglieva il ricorso dei lavoratori e condannava la società al pagamento delle suddette maggiorazioni.

La Corte d’Appello di Milano ha confermato la pronuncia di primo grado.

Anzitutto, la Corte ambrosiana ha effettuato una ricostruzione storica della giurisprudenza formatasi intorno alla questione in commento prima dell’entrata in vigore della legge 92/2012, allorché si affermava che la prescrizione dei crediti retributivi decorresse in costanza di rapporto soltanto con riferimento ai rapporti soggetti alla cd. “stabilità reale”, ovvero quelli assistiti dal pieno diritto alla reintegrazione in caso di licenziamento illegittimo ex art. 18 Stat. Lav., nella formulazione antecedente all’entrata in vigore della L. 92/2012.

Invero, si affermava che per tali rapporti, non vi fosse una condizione di timore da parte del lavoratore nei confronti del datore di lavoro, tale da indurre il primo - per la paura di essere licenziato e di perdere irrimediabilmente il posto di lavoro - a non esercitare il proprio diritto già in costanza del rapporto medesimo.

La Corte d’Appello di Milano ha evidenziato che tale scenario è completamente mutato in seguito all’entrata in vigore della L. 92/2012 e alle modifiche apportate all’art. 18 Stat. Lav. che attualmente, nella maggior parte delle ipotesi di illegittimità del licenziamento, riconosce al lavoratore solo una tutela indennitaria. La reintegrazione è diventata un’ipotesi residuale.

Per cui, afferma la Corte ambrosiana, diversamente dal passato, oggi il prestatore di lavoro - anche quello cui si applica il regime normativo previsto dall’art. 18 - si trova in una soggettiva condizione di incertezza circa la tutela applicabile in caso di licenziamento illegittimo, accertabile solo ex post in occasione dell’impugnazione giudiziale del recesso esercitato.

Pertanto, secondo la Corte di Milano, poiché oggi è ravvisabile quella condizione psicologica di “metus”, ovvero di timore del lavoratore nei confronti del datore di lavoro, la prescrizione non può decorrere in costanza del rapporto di lavoro, neppure se il rapporto è assistito dalla tutela ex art. 18 Stat. Lav.

Sulla base di tali principi, la Corte d’appello di Milano ha rigettato l’appello proposto dal datore di lavoro e confermato il diritto dei lavoratori a vedersi riconosciute le somme rivendicate.

Legittimo il licenziamento del superiore gerarchico che ometta di vigilare sull’operato dei propri sottoposti.

(Cass. Civ., Sez. Lavoro., Sent. n.15168 del 2 luglio 2019)

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 15168 del 2 luglio 2019, ha affermato che il lavoratore a cui sia affidato un ruolo direttivo può essere licenziato per giusta causa qualora ometta di vigilare sull’operato e sugli atti compiuti dai propri sottoposti, anche nel caso in cui l’attività di controllo non sia stata esplicitamente richiesta dal datore di lavoro.

Nel caso di specie, il responsabile della filiale di un istituto di credito impugnava il licenziamento irrogatogli dalla società datrice di lavoro per aver omesso di vigilare sul corretto operato di un proprio sottoposto al quale era stato contestato di aver posto in essere una serie di frodi finanziarie di ingente valore economico.

La Corte d'appello di Bologna, confermando la pronuncia del Tribunale di Parma, accoglieva il ricorso del lavoratore e dichiarava l’illegittimità del licenziamento sull’assunto per cui le omissioni contestate al dipendente non erano disciplinarmente rilevanti, in quanto non riconducibili a precise direttive impartite dal datore di lavoro al lavoratore.

La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso promosso dalla banca, evidenziando l’erroneità della pronuncia d’appello nella parte in cui la Corte territoriale non ha correttamente valutato l’importanza del ruolo affidato al lavoratore ed il grado di diligenza ad esso attribuito.

Nello specifico, la Corte d’appello avrebbe omesso di considerare l’ingente valore economiche delle operazioni fraudolente poste in essere nella filiale gestita proprio dal lavoratore licenziato ed il fatto che questi, per il ruolo ricoperto, avesse senz’altro la possibilità di controllare sul comportamento del sottoposto, indipendentemente da qualsivoglia direttiva datoriale impartita.

Pertanto, i giudici di legittimità hanno ritenuto sussistente la giusta causa di licenziamento, in quanto la condotta contestata era idonea a ledere irrimediabilmente il vincolo fiduciario necessario alla prosecuzione del rapporto di lavoro.

Rilevanza delle buste paga come prova del mancato godimento delle ferie.

(Cass. Civ., Sez. Civ., Ord. n. 16656 del 21 giugno 2019)

La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 16656 del 21 giugno 2019, si è espressa sul tema del valore delle buste paga come prova del mancato godimento delle ferie.

Nel caso di specie, un lavoratore chiedeva l'accertamento del diritto alla corresponsione dell'indennità per ferie e permessi non goduti, fornendo le buste paga come prova documentale del mancato godimento.

La Corte d'appello, in riforma della sentenza del Tribunale, ha affermato la piena validità di tale prova ed ha riconosciuto al lavoratore il diritto rivendicato.

Il datore di lavoro ha proposto ricorso per Cassazione lamentando l’erroneità della pronuncia d’appello nella parte in cui il giudice non ha correttamente valutato  il principio della “relatività del valore probatorio delle buste paga”.

La Cassazione ha però rigettato il ricorso e confermato la pronuncia d’appello. Nello specifico, la Corte ha chiarito che il principio della relatività del valore probatorio delle buste paga si riferisce alla contestazione - fatta dal lavoratore - delle risultanze in esse contenute, e non a quelle sollevate dal datore di lavoro che, di fatto, è il soggetto titolare del documento contabile contestato.

La Cassazione, in conclusione, ha affermato la validità delle buste paga del lavoratore come prova dello svolgimento dell'attività lavorativa, nonché  del mancato godimento – per l’intero periodo -  del godimento dei permessi e delle ferie annuali maturate nella misura prevista dal contratto collettivo applicato dall'azienda e, conseguentemente, ha dichiarato la legittimità del diritto del lavoratore alla corresponsione dell'indennità sostitutiva delle ste