lunedì 29 luglio 2019

NEWSLETTER DEL 29 LUGLIO 2019

Visite fiscali: irreperibilità solo per giustificato motivo.

(Cass. civ. Sez. Lav., Sent. n. 19668 del 22 luglio 2019)

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 19668 del 22 luglio 2019 ha stabilito che l'obbligo di reperibilità alla visita medica di controllo (da parte del lavoratore) comporta che l’allontanamento dall'abitazione indicata all'ente previdenziale, quale luogo di permanenza durante la malattia, è giustificato solo allorché sia stato tempestivamente comunicato agli organi di controllo. Nel caso in cui tale comunicazione sia stata omessa o sia stata trasmessa con ritardo, il lavoratore è costretto a fornire giustificazione di detta omissione o ritardo.

Nel caso di specie, un lavoratore promuoveva ricorso avverso l’INPS al fine di ottenere il riconoscimento dell’indennità di malattia per essere risultato assente alla visita di controllo fiscale.

La Corte d’appello, in riforma della pronuncia di primo grado, accoglieva la domanda del lavoratore, in quanto questi era riuscito a dimostrare le ragioni per le quali era risultato assente durante due visite di controllo.

La domanda dell’INPS è stata invece accolta dalla Corte di Cassazione la quale, in via preliminare, ha affermato che l’ingiustificata assenza del lavoratore alla visita di controllo comporta la decadenza del medesimo dal diritto al trattamento economico di malattia.

Secondo la Corte è il lavoratore a dover a provare l’osservanza del dovere di diligenza, non potendo sottrarsi al controllo se non per serie e comprovate ragioni.

Nel caso di specie, secondo la Cassazione, il lavoratore non era riuscito a dimostrare l'indifferibilità delle esigenze che avevano determinato l’allontanamento del lavoratore dal proprio domicilio, con ciò confermando la legittimità del provvedimento con il quale l’INPS aveva negato il riconoscimento dell’indennità di malattia.

Legittimo il licenziamento per giustificato motivo oggettivo del dipendente anche in assenza di uno stato di crisi aziendale.

(Cass. Civ., Sez. Lavoro, Ord. n. 19302 del 18 luglio 2019)

Con l’ordinanza n. 19302 del 18 luglio 2019, la Corte di Cassazione ha ribadito il principio secondo cui “il giustificato motivo oggettivo si sostanzia in ogni modifica della struttura organizzativa dell’impresa che abbia quale suo effetto la soppressione di una determinata posizione lavorativa, indipendentemente dall’obbiettivo perseguito dall’imprenditore, sia esso, cioè, una migliore efficienza, un incremento della produttività – e quindi del profitto – ovvero la necessità di far fronte a situazioni economiche sfavorevoli o a spese straordinarie”.

Nel caso in commento, un lavoratore impugnava il licenziamento per giustificato motivo oggettivo irrogatogli successivamente al rifiuto dello stesso di accettare la trasformazione del proprio rapporto di lavoro, da full time a part time, al fine di contrastare la costante riduzione dei ricavi della società.

Sia il Tribunale che la Corte d’Appello accoglievano le domande del ricorrente ritenendo che dalle scritture contabili della società emergesse un leggero calo dei profitti che, però, non era sufficiente a dimostrare la ricorrenza di una congiuntura sfavorevole, influente in modo decisivo sull’andamento dell’attività e tale da imporre la risoluzione del rapporto di lavoro.

L’ex datore di lavoro ricorreva in Cassazione lamentando l’erroneità della pronuncia d’appello nella parte in cui la Corte territoriale non si sarebbe attenuta ai più recenti orientamenti giurisprudenziali, secondo cui anche le ragioni dirette ad una migliore efficienza gestionale ovvero ad un incremento della redditività dell’impresa, che determinino un effettivo mutamento dell’assetto organizzativo attraverso la soppressione di un posto di lavoro, possono legittimare il licenziamento individuale per giustificato motivo oggettivo.

La Cassazione ha quindi concluso per la legittimità del licenziamento impugnato.

Limiti al repêchage in caso di inidoneità fisica del lavoratore.

(Cass. civ. Sez. Lav., Sent. n. 18556 del 10 luglio 2019)

Con la sentenza n. 18556 del 10 luglio 2019, la Corte di Cassazione ha affermato che, in tema di licenziamento per sopravvenuta inidoneità fisica del lavoratore, “sussiste l’obbligo della previa verifica, a carico del datore di lavoro, della possibilità di adattamenti organizzativi nei luoghi di lavoro - purché comportanti un onere finanziario proporzionato alle dimensioni e alle caratteristiche dell’impresa e nel rispetto delle condizioni di lavoro dei colleghi dell’invalido - ai fini della legittimità del recesso”.

Nel caso di specie, un lavoratore impugnava il licenziamento comminatogli dalla società a causa della sopravvenuta inidoneità fisica dello stesso: a seguito di accertamento medico, il dipendente era risultato inidoneo ad espletare tutte le mansioni disponibili, sia nel reparto di provenienza che in quelli di ipotetica destinazione.

La Corte d’Appello di Torino, in riforma della pronuncia del Giudice di primo grado, dichiarava la legittimità del licenziamento irrogato al lavoratore e rilevava, altresì, che il ricollocamento presso l’unico reparto in cui il lavoratore avrebbe potuto svolgere una ridotta attività lavorativa avrebbe richiesto una modifica dell’organizzazione interna tale da aggravare la posizione dell’intero gruppo di lavoro ivi adibito.

La Suprema Corte, investita della questione dal lavoratore, ha ritenuto corretto il modus operandi seguito dalla Corte di merito, ribadendo che la verifica sul dovere di repêchage non concerne solo le mansioni alternative che sia possibile affidare al dipendente. Invero, secondo la Corte, nel caso in cui sia astrattamente possibile una nuova assegnazione, il datore di lavoro deve effettuare anche un giudizio di convenienza in merito alla gravosità per l’impresa di procedere ad una modifica dell'organizzazione interna ed al conseguente pregiudizio sofferto dagli altri dipendenti in forza nel reparto.

La Corte, infine, ha affermato che la valutazione delle difficoltà organizzative e dei rischi per gli altri lavoratori rappresenta un passaggio ineludibile nel giudizio sulla legittimità del licenziamento, essendo finalizzata alla verifica del corretto contemperamento degli opposti interessi in gioco.