lunedì 9 settembre 2019

NEWSLETTER DEL 9 SETTEMBRE 2019

Le novità introdotte dal Dcreto "Tutela Lavoro" - D.L. n. 101 del 3 settembre 2019

Con il D. L. del 3 settembre 2019 n. 101, sono state introdotte importanti novità all’art. 2 del D.lgs 81/2015 che disciplina le collaborazioni organizzate dal committente.

A partire dal 5 settembre 2019, il primo comma del suddetto articolo prevede che le disposizioni del rapporto di lavoro subordinato troveranno applicazione “anche qualora le modalità di esecuzione della prestazione siano organizzate mediante piattaforme digitali”.

La norma, ponendosi il chiaro obiettivo di garantire e promuovere un’occupazione sicura e dignitosa, rafforza la più recente tesi giurisprudenziale che ha ammesso l’utilizzo del contratto di collaborazione coordinata e continuativa (co. co. co.) anche per i c.d. rider.

Il Decreto si rivolge però a tutti i lavoratori digitali e, quindi, non solo ai rider (categoria per la quale negli ultimi anni sono state sollevate molte questioni interpretative circa la portata applicativa dell’art. 2 del D.lgs 81/2015).

La norma non qualifica in maniera vincolante il lavoro digitale, limitandosi a fornire un’indicazione che potrà anche essere smentita laddove ricorrano elementi utili a qualificare diversamente il singolo rapporto di lavoro.

Il Decreto introduce poi specifiche novità con riferimento ai rider che troveranno applicazione solo decorsi 180 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione.

In particolare, è prevista l’introduzione nel D.lgs 81/2015 di un nuovo capo, rubricato “Tutela del lavoro tramite piattaforme digitali”, contenente la disciplina volta a garantire ai rider livelli minimi di tutela economica e normativa, stabilendo quanto segue:

- il corrispettivo potrà essere determinato in base alle consegne effettuate, ma non in misura prevalente;

- il corrispettivo orario potrà essere riconosciuto al lavoratore a condizione che, per ciascuna ora lavorativa, lo stesso accetti almeno una chiamata;

- i rider dovranno avere la copertura assicurativa obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali. 

Si prevede, inoltre, di rimettere alla contrattazione collettiva la possibilità di definire “schemi retributivi modulari e incentivanti che tengano conto delle modalità di esecuzione della prestazione e dei diversi modelli organizzativi”.

Pausa prolungata senza autorizzazione? Legittimo il licenziamento.

(Cass. Civ., Sez. Lavoro, sent. n. 21628 del 22 agosto 2019)

Con la sentenza n. 21628 del 22 agosto 2019, la Corte di Cassazione ha affermato che “l’assenza ingiustificata dal servizio di un dipendente risulta meno grave della condotta di colui che invece, pur risultando regolarmente in servizio, sceglie di intrattenersi con altri oltre l’orario consentito, senza avere svolto interamente i compiti affidatigli e connaturati alle proprie mansioni”.

Nel caso in commento, un lavoratore veniva licenziato per essersi intrattenuto con altri colleghi, in due occasioni, oltre l’orario di pranzo previsto, lasciando incustodita la posta assegnata e il mezzo in dotazione, senza completare le consegne che gli erano state affidate per quella giornata di lavoro.

Il lavoratore impugnava il licenziamento comminatogli, lamentando l’illegittimità dello stesso in quanto, a suo dire, la condotta sarebbe rientrata tra quelle per le quali il CCNL di settore prevedeva l’adozione di sanzioni conservative. Il lavoratore contestava inoltre la sproporzionalità della sanzione irrogatagli, evidenziando che la condotta contestata era meno grave dell’assenza ingiustificata dal servizio (che, fino a dieci giorni, avrebbe legittimato, per specifica previsione del CCNL, l’adozione di sole sanzioni conservative).

Sia il Tribunale che la Corte d’Appello rigettavano il ricorso del lavoratore, evidenziando la particolare gravità dell'elemento intenzionale. Secondo la Corte territoriale, il lavoratore, consapevole dei propri doveri e conscio di non aver interamente svolto i compiti a lui affidati, aveva deciso di intrattenersi con altri colleghi oltre l’orario consentito, con ciò venendo meno al rispetto dei principali obblighi e doveri contrattuali.

La Corte di Cassazione confermava la decisione di secondo grado impugnata dal lavoratore. In particolare, secondo la Suprema Corte è da escludere che la condotta di chi apertamente e dichiaratamente non si rechi al lavoro, con comportamento immediatamente percepibile dal datore di lavoro, sia omologabile a quella di chi, pur risultando in servizio, si sottragga all’adempimento della prestazione, confidando in un’apparenza di regolarità lavorativa che si svolge al di fuori del controllo diretto datoriale, con ciò confermando la legittimità del licenziamento.

Priorità ai contributi, non agli stipendi.

(Cass. Pen., III Sez. Penale, n. 36421 del 26 agosto 2019)

Con la sentenza n. 36421 deposita in data 26 agosto 2019, la Corte di Cassazione ha stabilito che, in caso di crisi di liquidità, l'imprenditore deve dare priorità al pagamento dei contributi previdenziali rispetto al pagamento degli stipendi.

Nel caso di specie, la Corte si è occupata della vicenda relativa ad un imprenditore condannato per non aver versato i contributi previdenziali all'Inps.

La Suprema Corte, allineandosi ad un consolidato orientamento giurisprudenziale, ha respinto il ricorso del datore di lavoro, ribadendo che quest’ultimo è il responsabile unico del pagamento dei contributi anche per la quota a carico del lavoratore e che “l'omesso versamento delle ritenute effettuate a fini contributivi sulle retribuzioni effettivamente corrisposte si traduce, pertanto, nella distrazione ad altri fini di somme di denaro astrattamente di pertinenza del lavoratore dipendente […]”.

La Corte afferma che per potersi svincolare dall’obbligo di versamento dei contributi, “Occorre […] la prova che non sia stato altrimenti possibile reperire risorse economiche e finanziarie necessarie a consentire il corretto e puntuale adempimento dell’obbligazione contributiva, pur avendo posto in essere tutte le possibili azioni, anche sfavorevoli per il suo patrimonio personale, dirette a consentirgli di recuperare, in presenza di un’improvvisa crisi di liquidità, quelle somme necessarie ad assolvere il debito, senza esservi riuscito per cause indipendenti dalla sua volontà e ad egli non imputabili”.

La scelta dell'azienda di destinare le somme disponibili al pagamento delle retribuzioni (ma, nel caso in commento, anche dei fornitori e delle banche), per i giudici vale ad escludere la sussistenza di una situazione di forza maggiore tale da giustificare l’omissione del versamento delle ritenute previdenziali.

Nel caso in cui l’imprenditore, però, si trovasse di fronte all’impossibilità di eseguire entrambi i pagamenti a causa di una crisi assoluta di liquidità, dovrà sempre tener a mente che “in realtà, entrambi i diritti, quello correlato all’obbligazione previdenziale e quello riferibile all’obbligo retributivo, sono considerati meritevoli di tutela e tuttavia, nel caso dell’eventuale conflitto tra essi, va privilegiato quello che, solo, riceve, secondo la non irragionevole scelta del legislatore, una tutela penalistica attraverso la previsione della fattispecie incriminatrice”.