lunedì 14 ottobre 2019

NEWSLETTER DEL 14 OTTOBRE 2019

Benefici negati per l’assunzione dei lavoratori dalle liste di mobilità.

(Cass. Civ., Sez. Lavoro, Ord. n. 23781 del 24 settembre 2019)

Con l’ordinanza n. 23781/2019, la Corte di Cassazione si è pronunciata in ordine alla fruizione dei benefici previsti dalla L. 223/1991 nel caso di assunzione di lavoratori collocati nelle liste di mobilità.

Più precisamente, nel caso di specie, una società aveva preso in affitto due aziende dichiarate fallite, senza subentrare né nei contratti con i fornitori già in essere, né nei rapporti di lavoro con i dipendenti delle due società fallite. Era emerso che con separato accordo sindacale, le tre società avevano concordato che i lavoratori sarebbero stati collocati in mobilità, per poi essere  assunti dalla società affittuaria  a tempo determinato. Così facendo, detta società aveva potuto usufruire dei benefici di legge accordati alle aziende rispetto ai lavoratori in mobilità.

L’Inps, a seguito di accertamento ispettivo, contestava il comportamento della società affittuaria ed agiva per il recupero dei contributi previdenziali, evidenziando come di fatto tra le varie società si fosse consumata una chiara ipotesi di trasferimento d’azienda ex art. 2112 c.c. per effetto della quale l’affittuaria avrebbe dovuto subentrare per legge nei rapporti con i dipendenti ceduti.

La Corte d’appello di Brescia, in riforma della pronuncia del giudice di primo grado, aveva accolto le doglianze dell’Inps, disponendo la restituzione dei contributi erogati all’azienda. Ciò in quanto la società non poteva fruire dei benefici in questione in quanto “la finalità di tali agevolazioni è quella di incentivare l’assunzione dei lavoratori che hanno perso il posto di lavoro e fruiscono di un’indennità a carico del sistema previdenziale e che tale finalità sarebbe frustrata se la norma fosse usata per ottenere agevolazioni contributive attraverso la collocazione in mobilità e poi la riassunzione presso la stessa azienda”.

Infatti, in tale circostanza, non vi era stata alcuna cessazione effettiva dell’attività delle aziende fallite, né l’assunzione dei dipendenti presso diversa azienda e, pertanto, il contratto di affitto non aveva creato un nuovo complesso produttivo tale da giustificare la fruizione dei benefici.

La Corte di Cassazione ha confermato quanto sostenuto dalla Corte di Appello aggiungendo inoltre che non rileva che la cessione sia avvenuta nell’ambito di una procedura fallimentare, poiché il fallimento della società non determina, di per sé, il venire meno del bene giuridico “azienda” inteso come complesso di elementi materiali e giuridici organizzati al fine dell’esercizio dell’impresa.

Ritorsivo il licenziamento irrogato dopo la prolungata assenza per malattia.

(Cass. Civ., Sez. Lavoro, Sent. 23583 del 23 settembre 2019)

Con la sentenza n. 23583 del 23 settembre 2019, la Corte di Cassazione ha dichiarato ritorsivo il licenziamento privo di una qualsiasi plausibile e ragionevole spiegazione alternativa alla volontà di rappresaglia per la prolungata assenza per malattia di un dipendente.

Nel caso in commento, un lavoratore veniva licenziato a causa della scelta organizzativa di chiudere il settore produttivo presso il quale risultava adibito, con conseguente soppressione della posizione lavorativa ricoperta.

Il lavoratore impugnava il licenziamento sostenendo che lo stesso fosse stato irrogato per via della malattia che lo aveva tenuto lontano dall’azienda per un lungo periodo, e non per una reale ragione oggettiva. A riprova di quanto sostenuto, il lavoratore portava alcuni elementi: mancata adibizione esclusiva al settore produttivo chiuso, assunzione di una nuova dipendente addetta alla medesima mansione, andamento complessivamente positivo del fatturato aziendale, maggiore anzianità di servizio, capacità e competenze rispetto all’altro dipendente rimasto in azienda.

Sia il Tribunale che la Corte d’Appello accoglievano le doglianze del lavoratore.

La Corte d’Appello, in particolare, riteneva che l’intento ritorsivo del licenziamento emergesse per presunzioni, alla stregua di una valutazione complessiva della vicenda e in applicazione alle comuni regole di esperienza.

La Corte di Cassazione ha confermato la sentenza d’appello,  evidenziando la correttezza del percorso logico-giuridico seguito dalla corte territoriale che, dopo aver escluso la sussistenza in concreto del giustificato motivo oggettivo addotto dal datore di lavoro, aveva posto in relazione gli elementi indiziari acquisiti in giudizio e, a seguito di una attenta valutazione degli stessi, aveva ritenuto che l’unica ragione possibile dello stesso fosse la volontà di rappresaglia per la prolungata assenza del dipendente.

Permessi ex art. 33 c. 3 L. 104/92: la condizione del ricovero a tempo pieno.

(Cass. Civ., Sez. Lavoro, sent n. 21416 del 14 agosto 2019)

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 21416 del 14 agosto 2019, torna a pronunciarsi sulla questione dei permessi ex art. 33, L. n. 104/1992 ribadendo il principio per cui “il lavoratore può usufruire dei permessi per prestare assistenza al familiare ricoverato presso strutture residenziali di tipo sociale, quali case-famiglia, comunità-alloggio o case di riposo perché queste non forniscono assistenza sanitaria continuativa mentre non può usufruire dei permessi in caso di ricovero del familiare da assistere presso strutture ospedaliere o comunque strutture pubbliche o private che assicurano assistenza sanitaria continuativa”.

Nel caso di specie, un dipendente impugnava il licenziamento per giusta causa comminatogli dall’azienda datrice di lavoro per aver dichiarato che il soggetto disabile per il quale beneficiava dei permessi ex L. 104/1992 non era ricoverato stabilmente in alcuna struttura, nonostante soggiornasse presso una residenza alberghiera da almeno due anni.

Sia il Tribunale che la Corte d’Appello di Torino rigettavano il ricorso del ricorrente.

La Corte di Cassazione, adita dal lavoratore, ne ha invece accolto le doglianze. In via preliminare, la Corte ha ricordato che la finalità dell’istituto in disamina consiste nell’assicurare la continuità nelle cure e nell’assistenza alla persona affetta da disabilità grave. Pertanto, solo qualora il soggetto beneficiario sia ricoverato a tempo pieno presso una struttura tale da garantire tutte le prestazioni sanitarie necessarie allo status di disabilità.

Secondo la Suprema Corte tale condizione ricorre solo nell’ipotesi in cui il familiare sia ricoverato presso strutture ospedaliere o simili (pubbliche o private) che assicurino assistenza sanitaria continuativa, in grado di assicura tutte le prestazioni medico sanitarie richieste dallo status di disabilità. Se invece la struttura non è in grado di assicurare prestazioni di questo tipo, si interrompe la condizione del ricovero a tempo pieno, rendendo necessario l’intervento del familiare con permessi ex L. 104/92. 

La Cassazione ha quindi accolto il ricorso del dipendente, cassando la sentenza impugnata per non aver tenuto conto della diversa natura della struttura presso cui risultava adibito il familiare disabile