lunedì 18 novembre 2019

NEWSLETTER DEL 18 NOVEMBRE 2019

Maggiori tutele per i rider lavoratori subordinati.
(Legge del 2 novembre 2019, n. 128)

E’ stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 257 del 2 novembre 2019 la legge n. 128/2019, di conversione del D.L. n. 101/2019 che interviene con una serie di misure a tutela di particolari categorie di lavoratori e per la risoluzione di crisi aziendali.

La legge di conversione contempla alcune novità rispetto al testo del decreto legge 101/2019, in particolare per quel che riguarda la categoria dei rider.

Tale legge, infatti, indica i livelli minimi di tutela che devono essere garantiti a tutti quei soggetti che svolgono attività di consegna di beni per conto altrui, in ambito urbano e con l’ausilio di bici o veicoli a motore, anche attraverso l’utilizzo di piattaforme digitali.

I contratti di lavoro autonomo dovranno essere stipulati per iscritto e i lavoratori devono ricevere tutte le informazioni utili per la tutela dei loro interessi, dei loro diritti e della loro sicurezza.

Il compenso dei rider dovrà essere definito dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.

I rider infatti, secondo quanto disposto dalla legge n. 128, non possono essere retribuiti in base alle consegne effettuate, ma deve essere loro garantito un compenso minimo orario parametrato ai minimi tabellari stabiliti dai contratti collettivi nazionali affini. Le regole sui compensi, tuttavia, entreranno in vigore solo 12 mesi dopo la data di entrata in vigore della legge di conversione, e saranno dunque le parti sociali nel frattempo a dover trovare il giusto assetto.

Ulteriori cambiamenti sono previsti sotto l’aspetto assicurativo. Viene, infatti, stabilita la copertura assicurativa obbligatoria contro gli infortuni e le malattie professionali. Il premio di assicurazione Inail sarà determinato in base al tasso di rischio corrispondente all’attività svolta.

Per i rider che non rientrino nell’ambito di queste tutele, si possono applicare quelle relative ai collaboratori delle piattaforme digitali, che utilizzano il modello della collaborazione coordinata e continuativa.

Si tratta, in ogni caso, di misure rilevanti che di certo porteranno le piattaforme digitali ad adattarsi alla volontà del legislatore, intenzionato ad indirizzare il lavoro digitale verso il modello della subordinazione.

Si configura il reato di falsità ideologica per il lavoratore che induca in errore il medico al fine di farsi concedere giorni di malattia.

(Cass. Pen., Sez. II, sent. n. 44578 del 31 ottobre 2019)

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 44578 del 31 ottobre 2019, ha dichiarato che configura il reato di falsità ideologica in atti la condotta del lavoratore che faccia credere al proprio medico di avere una patologia inesistente, al fine di ottenere un certificato di malattia per assentarsi dal lavoro.

Nel caso in esame, un lavoratore otteneva dal proprio medico curante un certificato di malattia della durata di cinque giorni e veniva poi sorpreso in a prendere parte ad attività extra lavorative apparentemente incompatibili con lo stato di salute dichiarato e certificato dal medico.

Il Tribunale, all’esito dell’attività istruttoria, condannava il lavoratore per il reato di falsità ideologica. In particolare, a detta del giudice di primo grado, configurava il suddetto reato la condotta del lavoratore che, al fine di ottenere un certificato di malattia, simulava l’esistenza dei sintomi della stessa. 

La pronuncia veniva confermata anche dal giudice di secondo grado e dalla Corte di Cassazione.

La Corte di Cassazione, in particolare, evidenziava che “appare ictu oculi stridente il fatto che l’imputato, che necessitava di cure e soprattutto di riposo per una gonalgia tale da impedirgli di recarsi al lavoro potesse, invece, partecipare nel periodo di interesse ad una serata danzante impegnandosi anche in attività di ballo”. Ed ancora “è pacifico che il reato di cui all’art. 481 cod. pen. può essere realizzato attraverso l’induzione in errore del soggetto chiamato ad emettere la certificazione medica mediante una falsa rappresentazione di malattia (o di sintomi di essa) che di fatto sono risultati inesistenti”.  Pertanto la Suprema Corte confermava le pronunce dei gradi precedenti e configurava, con riferimento all’inganno del medico, il reato di falsità ideologica, con riferimento all’assenza retribuita dal luogo di lavoro, quello di truffa.

Sopravvenuta inidoneità fisica del lavoratore: i limiti al dovere di repêchage.

(Cass. Civ., Sez. Lav, sent. n. 27502 del 28 ottobre 2019)

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 27502 del 28 ottobre 2019, ha ribadito il principio secondo cui la “sopravvenuta inidoneità del lavoratore alle mansioni di originaria adibizione […] non costituisce giustificato motivo di recesso del datore di lavoro dal contratto di lavoro subordinato [se è possibile] adibire il lavoratore a una diversa attività, che sia riconducibile - alla stregua di un'interpretazione del contratto secondo buona fede - alle mansioni attualmente assegnate o a quelle equivalenti o, se ciò è impossibile, a mansioni inferiori”.

Nel caso di specie, un operaio impugnava il licenziamento intimatogli dalla società datrice per sopravvenuta inidoneità fisica al lavoro ed inesistenza nell’organizzazione aziendale di posizioni confacenti alle residue attitudini del dipendente.

Sia la Corte d’Appello che il giudice di primo grado confermavano la legittimità del recesso in quanto le uniche mansioni compatibili con la situazione di salute del ricorrente risultavano già affidate ad altri dipendenti e, pertanto, non poteva configurarsi alcun obbligo in capo al datore di lavoro di procedere ad una modifica degli assetti organizzativi aziendali finalizzata ad includere nell’organigramma il dipendente divenuto inabile.

La Cassazione, adita dal lavoratore, ha confermato la pronuncia impugnata e, nell’affrontare il tema dei limiti dell'obbligo di repêchage da parte del datore di lavoro, ha preliminarmente affermato che “la verifica della possibilità di diversa utilizzazione del lavoratore nell'ambito dell'impresa incontra il limite rappresentato dall'assetto organizzativo "insindacabilmente stabilito dall'imprenditore", con ciò escludendo che al datore di lavoro po[ssano] essere richieste anche minime modifiche organizzative per consentire l'utilizzo del lavoratore divenuto inidoneo alle originarie mansioni”.

La Corte ha inoltre sottolineato che, ai fini della legittimità del recesso in tema di licenziamento per inidoneità fisica sopravvenuta del lavoratore, è necessaria la previa verifica, a carico del datore di lavoro, della possibilità di adattamenti organizzativi purché contenuti nei limiti della ragionevolezza.

Non essendo tali ipotesi ravvisabili nella fattispecie in esame, la Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento intimato al lavoratore divenuto inabile.