lunedì 20 gennaio 2020

NEWSLETTER DEL 20 GENNAIO 2020

Pluralità di condotte illecite: sufficiente anche un singolo addebito per il licenziamento.

(Cass. Civ., Sez. Lav., Ordinanza del 7 gennaio 2020, n. 113)

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 113 del 7 gennaio 2020, ha ribadito il principio secondo cui è onere del lavoratore, in caso di plurimi fatti oggetto di contestazione, dimostrare che solo congiuntamente considerate le condotte illecite siano tali da non consentire la prosecuzione nemmeno provvisoria del rapporto di lavoro, dovendosi altrimenti ritenere sussistente la causa di licenziamento laddove sia provato anche uno solo dei fatti contestati, purché di sufficiente gravità.

Nel caso di specie, ad un lavoratore, licenziato per giusta causa al termine di un procedimento disciplinare, erano state contestate una pluralità di condotte illecite.

Una volta ottenuta prova di una delle condotte contestate, i giudici del lavoro ritenevano la stessa sufficiente e idonea a fondare il provvedimento espulsivo, a prescindere dalla prova delle altre condotte contestate.

Il lavoratore, dunque, decideva di ricorrere contro la sentenza del tribunale di Milano, dapprima in Corte d’appello e poi in Cassazione, ritenendo che l’integrazione della giusta causa di licenziamento, dovesse essere ritenuta sussistente solo ove fosse stata acquisita prova del complesso degli addebiti e non, come nel caso di specie, di uno solo di essi.

La Suprema Corte, tuttavia, ha confermato il licenziamento, ricordando poi come qualora al dipendente vengano contestate differenti condotte rilevanti sul piano disciplinare, ognuna di queste, autonomamente considerata, costituisce base idonea e sufficiente per un licenziamento per giusta causa.

Mansioni eterogenee? Diritto alla qualifica superiore.

(Cass. Civ., Sez. Lav., Ordinanza del 12 dicembre 2019, n. 32699)

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 32699 del 2019 ha confermato che “al fine di stabilire il diritto del lavoratore ad ottenere la attribuzione della qualifica superiore ex articolo 2103 c.c., qualora lo stesso, oltre a mansioni proprie delle categorie di appartenenza svolga anche altre mansioni definite dalla contrattazione collettiva come proprie della categoria superiore rivendicata, il giudice di merito deve attenersi al criterio della prevalenza e quindi deve avere riguardo al contenuto della mansione primaria e caratterizzante la posizione lavorativa”.

Nel caso in commento, un lavoratore agiva giudizialmente al fine di veder riconosciuto il proprio diritto alla qualifica superiore (capo ricevimento, corrispondente al secondo livello della declaratoria contrattuale). Il Tribunale respingeva il ricorso del lavoratore.

La Corte d’Appello, basando la propria decisione sulle risultanze della prova testimoniale, all’esito delle quali era emerso che le mansioni attribuite al lavoratore erano anche quelle di capo ricevimento, riformava la sentenza di primo grado

Il datore di lavoro ricorreva per cassazione sostenendo che il riconoscimento della qualifica superiore fosse viziato in quanto il giudice aveva omesso di effettuare un raffronto comparativo tra l’attività lavorativa concretamente accertata e le declaratorie contrattuali. In particolare, a detta del datore di lavoro, anche dalle testimonianze era emerso che il lavoratore non si sarebbe dedicato esclusivamente all’attività di capo ricevimento ma, in base alle necessità, lo stesso avesse svolto mansioni riferibili a differenti qualifiche contrattuali. In virtù di quest’ultimo aspetto la Corte d’Appello avrebbe dovuto effettuare una valutazione di prevalenza delle mansioni al fine di inquadrare lo stesso nel livello contrattuale più idoneo.

La Corte di Cassazione accoglieva il ricorso del datore di lavoro e rinviava nuovamente la decisione alla Corte d’Appello disponendo che la stessa decidesse in conformità al seguente principio: “Quando la disciplina collettiva, in caso di svolgimento da parte del lavoratore di mansioni di diverse categorie, prevede l'attribuzione della categoria corrispondente alla mansione superiore, sempreché essa abbia carattere di prevalenza o almeno di equivalenza di tempo, il giudice deve compiere una rigorosa e penetrante indagine quanto alla continuità, alla rilevanza e all'impegno temporale giornaliero delle mansioni, delle diverse categorie, espletate dal lavoratore”.

Il riconoscimento della qualifica dirigenziale.

(Cass. Civ. Sez. Lav. Sent. del 29 novembre 2019, n. 31279)

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 31279 del 29 novembre 2019, ha ribadito il principio secondo cui “la previsione di una pluralità di dirigenti (a diversi livelli, con graduazione di compiti), tra loro coordinati, è ammissibile in organizzazioni aziendali complesse, in riferimento a prassi aziendali ed alla concreta organizzazione degli uffici, purché sia fatta salva anche nel dirigente di grado inferiore un'ampia autonomia decisionale circoscritta dal potere direttivo generale di massima del dirigente di livello superiore”.

Nel caso di specie, un lavoratore adiva il Tribunale di Genova lamentando, nei confronti della società datrice di lavoro, il mancato riconoscimento della qualifica di dirigente.

Sia il Tribunale che la Corte territoriale riconoscevano al lavoratore la qualifica rivendicata, avendo accertato che le mansioni affidate al lavoratore comportavano un livello di autonomia e di potere decisionale coerente alle previsioni della contrattazione collettiva in merito alla categoria dirigenziale, nonostante l'esistenza di un vincolo di dipendenza gerarchica nei confronti di altri dirigenti.

La Cassazione, adita dalla società, ha preliminarmente evidenziato che nelle organizzazioni aziendali complesse, soprattutto se di grandi dimensioni, ben possono coesistere più dirigenti, articolati in diversi livelli e con graduazione di compiti.

I giudici di legittimità hanno altresì ribadito, in ordine alla corretta qualifica di dirigente, il principio secondo cui, “pur essendo possibile, nell'ambito della stessa azienda, una pluralità di dirigenti, di diverso livello, tra loro legati da vincolo di gerarchia, deve però trattarsi di una dipendenza molto attenuata, in quanto caratterizzata da ampia autonomia nelle scelte decisionali del dirigente subordinato per la realizzazione degli obiettivi della impresa”.

Sulla base di tali principi, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso della società datrice, riconoscendo al lavoratore la qualifica dirigenziale.