lunedì 10 febbraio 2020

NEWSLETTER DEL 10 FEBBRAIO 2020

Il diritto di indire assemblee sindacali spetta a ciascun componente della RSU eletto nelle liste di un sindacato maggiormente rappresentativo.

(Cass. Civ., Sez. Lav., sent. n. 2862 del 6 febbraio 2020)

Con la sentenza n. 2862 del 6 febbraio 2020 la Corte di Cassazione ha affermato il principio secondo cui il diritto d’indire assemblee sindacali, di cui all’art. 20 della legge n. 300 del 1970, rientra tra i diritti attribuiti non solo alla RSU considerata collegialmente, ma anche a ciascun singolo componente purché sia eletto nelle liste di un sindacato maggiormente rappresentativo.

Nel caso in esame la FIOM – CGIL si rivolgeva al Tribunale del lavoro chiedendo che venisse dichiarata l’antisindacalità della condotta di un datore di lavoro che aveva negato la concessione di un’ora di assemblea sindacale retribuita per essere stata richiesta dai soli componenti della RSU eletti nelle liste FIOM.

Sia il Tribunale che la Corte d’Appello respingevano il ricorso del sindacato ritenendo che la normativa applicabile contenesse indici letterali e sistematici tali da deporre per una portata della regola maggioritaria tali da escludere la possibilità per i singoli componenti della RSU di indire le assemblee sindacali.

La Corte di Cassazione adita dal Sindacato, in riforma delle pronunce dei precedenti gradi di giudizio, ha accolto il ricorso ed affermato il principio di diritto secondo cui: “il combinato disposto degli artt. 4 e 5 dell’Accordo interconfederale del 10 gennaio 2014 (T.U. sulla Rappresentanza, applicabile ratione temporis), deve essere interpretato nel senso che il diritto d’indire assemblee, di cui all’art. 20 della legge n. 300 del 1970, rientra, quale specifica agibilità sindacale, tra le prerogative attribuite non solo alla RSU considerata collegialmente, ma anche a ciascun componente della RSU stessa, purché questi sia stato eletto nelle liste di un sindacato che, nell’azienda di riferimento, sia, di fatto, dotato di rappresentatività, ai sensi dell’art. 19 della l. n. 300 del 1970.

La Suprema Corte ha quindi dichiarato antisindacale  la condotta del datore di lavoro che rifiuti la richiesta di concessione di un’ora di assemblea sindacale retribuita ove la richiesta sia avanzata anche da uno solo dei membri della RSU maggiormente rappresentativa.

Legittimo il licenziamento per reiterate condotte persecutorie ai danni di una collega.

(Cass. Civ., Sez. Lav., sent. n. 1890 del 28 gennaio 2020)

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 1890 del 28 gennaio 2020, ha ribadito il principio secondo cui, ai fini dell’apprezzamento della giusta causa di recesso, è necessario che vengano valorizzati anche elementi concreti, di natura oggettiva e soggettiva, capaci di violare i principi radicati nella coscienza sociale, ed idonei a ledere irreparabilmente il vincolo fiduciario.

Nel caso di specie, un lavoratore veniva licenziato per giusta causa dalla società datrice di lavoro per la reiterata condotta persecutoria, protratta per alcuni anni, ai danni di una collega di lavoro, a seguito della non accettata interruzione della relazione sentimentale con quest’ultima.

Sia il Tribunale - in entrambe le due fasi del rito Fornero - che la Corte d’Appello confermavano la legittimità del licenziamento, in quanto la condotta contestata era stata accertata sulla base delle risultanze probatorie del processo penale di primo grado, che vedeva coinvolto il lavoratore.

La Corte di Cassazione, adita dal lavoratore, ha confermato il licenziamento ed osservato che la giusta causa di licenziamento, essendo una nozione legale, è rimessa all’autonoma valutazione del giudice di merito la cui valutazione è finalizzata ad accertare l’idoneità delle condotte del lavoratore a compromettere il vincolo fiduciario con il datore di lavoro.

Detta valutazione, secondo la Corte, deve avere ad oggetto non solo le condotte tipizzate dalla contrattazione collettiva, che hanno una mera portata esemplificativa, ma anche l’incidenza che la condotta contestata può avere in relazione ai principi e valori radicati nella coscienza sociale.

Nel caso di specie, la Suprema Corte ha, quindi, ritenuto condivisibile il giudizio di proporzionalità effettuato dai giudici di merito con riferimento alla sanzione espulsiva comminata al lavoratore a seguito delle accertate e reiterate condotte persecutorie perpetrate da quest’ultimo ai danni della collega.

Cumulo di proventi dell'opera dell'ingegno con l'assegno straordinario di sostegno al reddito del Fondo Credito.

(Corte d’Appello di Milano, Sent. n. 2153 del 22 gennaio 2019).

Con la sentenza n. 2153 del 22 gennaio 2019 la Corte d’Appello di Milano ha confermato il principio secondo cui i proventi dell’opera dell’ingegno possono essere cumulati con l’assegno straordinario di sostegno al reddito erogato dal c.d. Fondo Credito.

Il caso trae origine dal ricorso presentato dinanzi al Tribunale di Como da un soggetto, percettore dell’assegno straordinario, al quale l’INPS aveva proceduto a ricalcolare l’importo dell’assegno ritenendo incumulabili i proventi economici derivanti dallo sfruttamento di terzi delle sue opere musicali.

Ad avviso del soggetto beneficiario dell’assegno, assistito dallo Studio Legale Lupi & Associati, tali proventi non potevano essere considerati, in base alla normativa regolatrice del Fondo, come redditi da lavoro autonomo incompatibili con la percezione dell’assegno.

Il Tribunale di Como accoglieva il ricorso condannando l’INPS, gestore del Fondo, al pagamento di quanto illegittimamente sottratto all’interessato.

Ad avviso del Tribunale la normativa del c.d. Fondo Credito prevede, ai fini della cumulabilità dell’assegno, con i redditi derivanti da attività lavorativa dipendente o autonoma, che detta attività sia svolta in forza di un rapporto di lavoro continuativo, di carattere dipendente o autonomo, a favore di un soggetto terzo determinato in regime non concorrenziale con l’ex datore di lavoro e il cui nominativo sia comunicato ai soggetti interessati a cura del lavoratore.

Ne conseguiva, secondo il Tribunale, che i proventi dell’opera dell’ingegno di natura incerta, non continuativa e non preventivabile sarebbero cumulabili senza limiti con l’assegno straordinario di sostegno al reddito.

Ha proposto appello l’INPS sostenendo che i proventi dell’opera dell’ingegno, essendo parificati dalla normativa fiscale ai redditi da lavoro autonomo, dovevano ritenersi incumulabili con l’assegno straordinario, indipendentemente dalla individuazione o meno dei terzi sfruttatori dell’opera.

La Corte d’Appello di Milano rigettando l’appello ha confermato il principio secondo cui ai sensi della normativa applicabile alle prestazioni erogate dal Fondo Credito, i redditi derivanti dallo sfruttamento delle opere dell’ingegno, di natura incerta ed imprevedibile, non possono essere considerati redditi da lavoro autonomo incompatibili o parzialmente incompatibili con la percezione dell’assegno straordinario.