lunedì 16 marzo 2020

NEWSLETTER DEL 16 MARZO 2020

Sull’efficacia novativa della transazione nell’ambito dei rapporti di lavoro.

(Cass. Civ. Sez. Lav., Ord. n. 5674 del 2 marzo 2020)

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 5674 del 2 marzo 2020, ha ribadito il principio secondo cui, nel valutare se una transazione abbia carattere novativo oppure no, il giudice deve accertare se le parti, all’interno dell’accordo sottoscritto, abbiano inteso addivenire alla conclusione di un nuovo rapporto, costituendo autonome obbligazioni, ovvero abbiano solamente apportato modifiche al precedente contratto.

Nel caso di specie, la Corte d'Appello di Roma, in riforma della sentenza emessa dal giudice di primo grado, accoglieva la domanda di un lavoratore, ex titolare di incarico dirigenziale presso il Ministero dei beni culturali, che aveva richiesto il pagamento della rivalutazione monetaria e degli interessi legali ricollegati all’importo che la ex datrice di lavoro avrebbe dovuto corrispondergli in forza di una transazione generale e novativa, sottoscritta dalle parti per dirimere la controversia scaturita dalla richiesta di risarcimento dei danni avanzata dal lavoratore seguito del venir meno dell’incarico dirigenziale.

La Corte territoriale accoglieva le domande avanzate dal lavoratore, condannando il Ministero al pagamento delle somme ulteriormente dovute a titolo di interessi e rivalutazione monetaria, sull’assunto per cui la domanda non traeva origine dal precedente rapporto lavorativo, bensì dall’accordo di transazione generale e novativa sottoscritto per dirimere la lite.

La Cassazione, confermando la pronuncia d’appello impugnata dal Ministero, specificava che occorre distinguere tra una transazione semplice ed una transazione novativa, laddove la prima si ha quando le parti si limitano a modificare alcuni aspetti del rapporto di lavoro preesistente, il quale pertanto rimane immutato; mentre la seconda sia ha quando le parti intendono estinguere integralmente il precedente rapporto sostituendolo con l’accordo raggiunto.

La Corte sanciva pertanto che, nel caso analizzato, le parti avevano inteso sottoscrivere una transazione generale e novativa, laddove le obbligazioni assunte sono da ritenersi oggettivamente diverse da quelle preesistenti, concludendo un nuovo rapporto negoziale.

La reintegrazione per omessa contestazione delle condotte lesive

(Cass. Civ., Sez. Lav., Sent. n. 4879 del 24 febbraio 2020)

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 4879 del 24 febbraio 2020, ha ribadito il principio secondo cui, in tema di licenziamento disciplinare, il radicale difetto di contestazione delle condotte lesive poste alla base del provvedimento espulsivo, determina l’inesistenza dell’intero procedimento disciplinare e, di conseguenza, l’illegittimità del recesso per insussistenza giuridica dei fatti, con conseguente applicazione della tutela reintegratoria.

Nel caso di specie, sia il Tribunale che la Corte di seconde cure dichiaravano l’illegittimità del licenziamento irrogato dalla società datrice di lavoro ad un proprio dipendente per insussistenza del fatto contestato, in quanto, in violazione del principio di immutabilità della contestazione disciplinare, non vi era corrispondeva tra le condotte lesive previamente contestate al lavoratore e le circostanze di fatto indicate nella missiva di licenziamento, sulle quali si basava il recesso datoriale.

La Cassazione, adita dalla società datrice di lavoro, ha affermato che, ove il licenziamento sia intimato sulla base di un comportamento lesivo del dipendente non preventivamente contestato, il provvedimento stesso deve essere considerato ingiustificato e, come tale, riconducibile all’alveo “dell’insussistenza del fatto contestato”, da cui deriva l’applicazione della tutela reintegratoria di cui all’art. 18, co. 4, S.L.

La Corte precisa, altresì, che ove la società abbia fondato il licenziamento su addebiti che non avevano formato oggetto di precedente contestazione, quest’ultima è da considerarsi inesistente, con esclusione della sola tutela indennitaria prevista per i meri vizi del procedimento disciplinare. A tale approdo ermeneutico, continua la Corte di legittimità, si giunge anche nel caso in cui si applichi la c.d. tutela crescente introdotta dal Jobs Act: in caso di insussistenza della contestazione, opera, anche in tale ambito, il rimedio della reintegrazione.

Concorrenza sleale: è essenziale la volontà di cagionare danno all’impresa concorrente.

(Cass. Civ., Sez. I, Ord. n. 3865 del 17 febbraio 2020)

Con l’ordinanza n. 3865 del 17 febbraio 2020 la Corte di Cassazione ha affermato che per potersi configurare un’ipotesi di concorrenza illecita per mancanza di conformità ai principi di correttezza “è necessario che l’imprenditore concorrente si proponga, attraverso l’acquisizione di risorse del competitore, di vanificare lo sforzo di investimento del suo antagonista, creando effetti distorsivi nel mercato; in siffatta prospettiva, assumono rilievo la quantità e la qualità del personale stornato, la sua posizione all’interno dell’impresa concorrente, la difficoltà ricollegabile alla sua sostituzione e i metodi eventualmente adottati per convincere i dipendenti a passare a un’impresa concorrente”.

Nel caso in esame, una società conveniva in giudizio una sua concorrente e alcuni ex dipendenti chiedendo l’accertamento di una condotta di concorrenza sleale ex art. 2598 c.c., n. 3, per aver realizzato una campagna commerciale di sviamento della clientela volta a distruggere la società attrice.

I convenuti si costituivano in giudizio chiedendo il rigetto delle domande attoree e precisando che pur essendo i lavoratori tutti ex dipendenti dell’attrice, non vi era stato alcun passaggio diretto tra le due aziende. Il Tribunale rigettava le domande dell’attrice.

Il Tribunale di Novara rigettava la domanda attorea.

La Corte d’appello, invece, dopo aver esperito attività di istruttoria testimoniale, concludeva per la riforma della sentenza di primo grado, ritenendo accertata l’illiceità della condotta tenuta dalla società convenuta in concorso con gli ex lavoratori dell’attrice.

Veniva promosso ricorso per cassazione. La Cassazione, nell’analisi della questione evidenziava che “è ben nota la particolare delicatezza della concorrenza sleale per storno di dipendenti perché in questo caso i profili della correttezza del rapporto di concorrenza commerciale tra imprenditori vengono a interferire pesantemente con diritti costituzionalmente tutelati, e non solo il diritto alla libera iniziativa imprenditoriale ma anche e soprattutto con il diritto al lavoro e alla sua adeguata remunerazione in capo ai lavoratori”. Così, per potersi configurare una violazione del criterio della correttezza professionale, è necessario che la condotta sia idonea a cagionare danno all’azienda nei confronti della quale l’atto di concorrenza viene rivolto e che vi sia l’intenzione di conseguire tale risultato. Nel caso in esame la Corte d’Appello aveva omesso di effettuare tale valutazione e, pertanto, ha cassato con rinvio la sentenza impugnata affinché la Corte territoriale decida la causa secondo il principio di diritto di cui sopra.