lunedì 28 settembre 2020

NEWSLETTER DEL 28 SETTEMBRE 2020

Lacune del procedimento disciplinare ed illegittimità del licenziamento.

(Cass. Civ., Sez. Lav., sent. del 18 settembre 2020, n. 19611)

Con sentenza del 18 settembre 2020 n. 19611, la Corte di Cassazione ha ribadito il principio secondo cui il vaglio giudiziale in ordine al procedimento disciplinare incardinato dal datore di lavoro deve riguardare fatti e circostanze che quest’ultimo ha posto alla base della contestazione, non potendo colmare le lacune dell’iter procedimentale culminato nel provvedimento del licenziamento, in quanto ciò comporterebbe la violazione del diritto di difesa del lavoratore, nonché del principio di immutabilità della contestazione.

Il caso trae origine dall’impugnazione di licenziamento effettuata dal dipendente di un noto gruppo bancario, licenziato in tronco per avere, ad avviso della datrice di lavoro, posto in essere una serie di prelevamenti indebiti dal conto corrente di una cliente, che li aveva disconosciuti.

Sia il giudice di primo grado che di appello concludevano per l’illegittimità del licenziamento disciplinare intimato dalla Banca nei confronti del lavoratore, disponendone la reintegrazione nel posto di lavoro, sulla scorta del fatto che la datrice di lavoro avesse avviato e concluso il procedimento disciplinare senza valutare la fondatezza di molte circostanze, di cui aveva precisa contezza già in fase di contestazione della condotta.

La Corte di Cassazione ha confermato le precedenti pronunce e rigettato il ricorso della Banca, evidenziando l’avvenuta violazione dei principi di necessaria contestazione dell’addebito e del diritto di difesa del lavoratore. Il datore di lavoro aveva infatti emesso un provvedimento di licenziamento in assenza di mezzi idonei a provare la fondatezza delle contestazioni, precludendo al dipendente licenziato l’esercizio del diritto di difesa, nonché violando il principio di immutabilità della contestazione.

La Banca aveva evidentemente un onere di approfondire i fatti già in sede di procedimento disciplinare, sicché non poteva la stessa tentare irritualmente di colmare le iniziali ingiustificate lacune istruttorie in sede giudiziale.

Il trattamento fiscale applicabile all’indennità assistenziale straordinaria Covid-19.

(Risposta ad interpello di Agenzia delle Entrate n. 395 del 23 settembre 2020)

Con la risposta ad Interpello n. 395/2020 l’Agenzia delle Entrate ha fornito importanti indicazioni in tema di tassazione fiscale applicabile all’indennità assistenziale straordinaria Covid- 19, erogata da un ente di previdenza ed assistenza ai propri iscritti.

L’Agenzia delle Entrate precisa che l’indennità assistenziale straordinaria Covid-19, che l'Ente previdenziale erogherà una tantum, non rileva sotto il profilo fiscale, non essendo riconducibile ad alcuna categoria di reddito.

Il quesito è stato posto da Enpav (l’ente di previdenza e assistenza dei veterinari) che, in occasione dell’emergenza Covid-19, ha deliberato l’erogazione di un’indennità assistenziale straordinaria destinata ai propri iscritti in caso di ricovero in ospedale, in terapia intensiva (e non), nonché nel caso in cui sia stata loro prescritta, dall'autorità sanitaria competente, la quarantena o l'isolamento domiciliare obbligatorio.

L’Agenzia delle Entrate ha chiarito che tali "erogazioni" non sono riconducibili ad alcuna categoria di reddito in quanto concessi, occasionalmente, per finalità assistenziali dell'ente previdenziale di appartenenza. Nello specifico, l’indennità in questione è corrisposta in presenza di uno stato di bisogno, derivante dal contagio da Covid-19, sulla base della attestazione rilasciata dall'Autorità medica competente, indipendentemente dalla retribuzione dell'iscritto e senza funzione sostitutiva di alcuna categoria di reddito.

La nota integrale è disponibile al seguente link: Risposta n. 395/2020

Violazione della privacy di un dipendente: la Corte di Cassazione conferma la sanzione irrogata dal Garante della Privacy ad un Comune italiano.

(Cass. Civ., Sez. Lav., ord. del 3 settembre 2020, n. 18292)

Con ordinanza n. 18292 del 3 settembre 2020, la Corte di Cassazione ha confermato la sanzione irrogata dal Garante della privacy ad un Comune italiano per non aver cancellato dall’albo pretorio, entro i termini di legge, i dati personali di una propria dipendente.

Nel caso analizzato dalla Corte, il Comune si era opposto ad un’ingiunzione di pagamento (per euro 4.000,00) comminata dal Garante della Privacy per avere l’Ente diffuso i dati personali di una dipendente comunale per un periodo superiore ai quindici giorni (così stabiliti dal TUEL - Testo Unico Enti Locali – per la pubblicazione delle delibere comunali nell'albo pretorio).

Secondo il Garante, il Comune aveva mantenuto visibili, per oltre un anno, una serie di dati (non soltanto il nome e il cognome della dipendente, ma anche lo stato di famiglia dell'interessata e l'esistenza di un contenzioso tra le parti), e dunque per un periodo superiore al necessario, integrando gli estremi di un trattamento di dati eccessivo rispetto ai principi di necessità e minimizzazione dei dati trattati. Non essendo dati relativi all'assetto organizzativo degli uffici, il trattamento degli stessi oltre i quindici giorni non poteva essere ricondotto ad esigenze di trasparenza amministrativa e pertanto il Comune avrebbe dovuto procedere alla loro archiviazione entro i termini previsti. 

Il Comune si è difeso sostenendo che la pubblicazione nell'albo pretorio di tali informazioni relative alla dipendente sarebbe stata imposta dalla normativa privacy, nonché dalla normativa in materia pubblicazione delle deliberazioni comunali e provinciali (D.Lgs. n. 267 del 2000, art. 124), e di quella sulla trasparenza degli enti locali che imporrebbe l'accessibilità totale delle informazioni concernenti l'organizzazione, gli andamenti gestionali e l'utilizzo delle risorse allo scopo di attuare il principio democratico e i principi di imparzialità e buon andamento dell'azione amministrativa (D.Lgs. n. 150 del 2009, art. 11).

La Corte di Cassazione ha però rigettato il ricorso presentato dalla PA, precisando che la violazione del Comune era consistita nell’aver mantenuto la pubblicazione dei dati oltre i termini consentiti, e non il fatto di in sé di averli pubblicati (potendolo fare).

A parere della Corte dunque, analogamente a quanto previsto dal D.Lgs. n. 231 del 2001 sulla responsabilità da reato degli enti, il Comune si sarebbe macchiato di una "colpa di organizzazione", da intendersi come rimprovero derivante dall'inottemperanza da parte dell'ente dell'obbligo di adottare le cautele, organizzative e gestionali, necessarie a prevenire la commissione degli illeciti.

La Corte ha quindi negato efficacia esimente alla circostanza che il ritardo nella rimozione dal sito web dei dati personali della dipendente sia dipesa da una disfunzione degli applicativi informatici gestiti da un consulente esterno, rilevando che tale circostanza era "pienamente riconducibile alla sfera di signoria dell'Ente e del suo apparato”.