lunedì 2 novembre 2020

NEWSLETTER DEL 2 NOVEMBRE 2020

L’inserimento nell’organizzazione dell’imprenditore: principale indice della subordinazione.

(Cass. Civ., Sez. Lavoro, Sent. n. 21194 del 2 ottobre 2020)

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 21194/2020, ha ribadito il principio secondo cui, in tema di qualificazione del rapporto di lavoro quale autonomo o subordinato, “il requisito proprio della subordinazione è la prestazione dell’attività lavorativa alle dipendenze e sotto la direzione dell'imprenditore e, perciò, con l'inserimento nella organizzazione di questo mentre gli altri caratteri dell’attività lavorativa, come la continuità, la rispondenza dei suoi contenuti ai fini propri dell'impresa e le modalità di erogazione della retribuzione non assumono rilievo determinante ma natura unicamente sussidiaria, da valutarsi globalmente come indici probatori della subordinazione stessa".

Nel caso di specie, un collaboratore impugnava il recesso esercitato dalla società presso cui aveva prestato la propria attività lavorativa, a seguito della rivendicazione avanzata dal collaboratore di vedere riqualificato il rapporto intercorso con la società.

La Corte d'Appello, in riforma della sentenza di primo grado, riconosceva la natura subordinata del rapporto di lavoro e, per l’effetto, accertava la nullità del licenziamento in quanto ritorsivo, con condanna del datore di lavoro alla reintegrazione del lavoratore nel proprio posto di lavoro.

La società adiva la Suprema Corte, contestando la statuizione della Corte territoriale in riferimento all’accertamento della natura subordinata del rapporto, per avere erroneamente valutato alcuni indici della subordinazione, pienamente compatibili anche con un rapporto di lavoro autonomo.

La Corte di Cassazione ha ritenuto perfettamente congrua e corretta l’indagine e la valutazione compiuta dalla Corte d’Appello in merito agli elementi comprovanti la natura subordinata del rapporto, quali l’inserimento del lavoratore nella struttura organizzativa e nel ciclo produttivo per un significativo lasso temporale, l’obbligatorietà della presenza nel luogo di lavoro per una durata minima di otto ore al giorno, la retribuzione fissa erogata mensilmente, l'inclusione nel piano ferie e le concrete modalità di espletamento dell’attività lavorativa.

Per tali motivi, i Giudici di legittimità hanno confermato la natura subordinata del rapporto di lavoro intercorso tra il lavoratore e la società datrice.

La natura del rapporto di lavoro tra parenti.

(Cass. Civ., Sez. Lavoro, Ord n. 20904 del 30 settembre 2020)

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 20904/2020, ha ribadito il principio secondo cui “tra persone legate da vincoli di parentela o affinità opera una presunzione di gratuità della prestazione lavorativa, che trova la sua fonte nella circostanza che la stessa viene resa normalmente affectionis vel benevolentiae causa; con la conseguenza che, per superare tale presunzione, è necessario fornire la prova rigorosa degli elementi tipici della subordinazione, tra i quali, soprattutto, l'assoggettamento al potere direttivo-organizzativo altrui e l'onerosità”.

Nel caso di specie, una lavoratrice ricorreva dinanzi al Giudice del lavoro per ottenere il riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato in capo all’impresa del soggetto associante, per aver svolto attività lavorativa in favore del marito, soggetto associato all’associazione in partecipazione.

La Corte d’Appello di Bologna rigettava il ricorso della lavoratrice, negando la sussistenza degli elementi tipici della subordinazione, e ricollegando l’attività lavorativa prestata dalla ricorrente nei confronti del marito nell'ambito di una collaborazione di tipo familiare.

La Cassazione, adita dalla lavoratrice, in aderenza alla valutazione compiuta dalla Corte territoriale, ha osservato che, in tema di prestazioni di lavoro rese a favore di un parente, l’onere di dimostrare gli elementi tipici della subordinazione, al fine di superare la presunzione di gratuità dell’attività, ricade sul lavoratore medesimo.

La Suprema Corte ha rilevato come le risultanze dell’attività istruttoria avessero confermato che l'attività della ricorrente era proprio riconducibile ad un contesto di collaborazione familiare con il marito, escludendo, di fatto, la natura subordinata del rapporto.

Il danno alla dignità professionale del lavoratore è risarcibile in via equitativa.

(Cass. Civ., Sez. Lavoro, Ord. n. 20466 del 28 settembre 2020)

Con l’ordinanza n. 20466/2020, la Corte di Cassazione ha ribadito che il datore di lavoro che “lasci in condizione di inattività il dipendente non solo viola l'articolo 2103 c.c., ma lede il fondamentale diritto al lavoro, inteso soprattutto come mezzo di estrinsecazione della personalità di ciascun cittadino, nonché dell'immagine e della professionalità del dipendente, ineluttabilmente mortificate dal mancato esercizio delle prestazioni tipiche della qualifica di appartenenza; tale comportamento comporta la lesione di un bene immateriale per eccellenza, qual è la dignità professionale del lavoratore, intesa come esigenza umana di manifestare la propria utilità e le proprie capacità nel contesto lavorativo e tale lesione produce un danno suscettibile di valutazione e risarcimento anche in via equitativa”.

Nel caso in esame, una lavoratrice agiva in giudizio al fine di ottenere la dichiarazione di illegittimità della collocazione in cassa integrazione e la condanna della datrice di lavoro al risarcimento del danno alla professionalità patito nel periodo di lavoro prestato successivamente al periodo di CIG. Il Tribunale accoglieva le richieste della lavoratrice.

La Corte d’Appello, invece, concludeva per il rigetto della domanda di accertamento dell'intervenuto demansionamento e della consequenziale istanza risarcitoria sul rilievo che la privazione di mansioni era stata circoscritta a limitati periodi di rotazione e risultava comunque "inserita nello specifico contesto dell'illegittima collocazione della lavoratrice in cassa integrazione, già sanzionata mediante la condanna al pagamento delle differenze retributive fra il relativo trattamento e le retribuzioni maturate nei rispettivi periodi".

Tale pronuncia veniva cassata dalla Corte di Cassazione secondo la quale la modifica in peius delle mansioni ascritte al lavoratore è potenzialmente idonea a determinare un pregiudizio a beni di natura immateriale atteso che, nella disciplina del rapporto di lavoro, numerose disposizioni assicurano una tutela rafforzata del lavoratore, con la conseguente configurabilità di un danno non patrimoniale risarcibile ogni qualvolta vengano violati i diritti della persona del lavoratore oggetto di peculiare tutela costituzionale.

Secondo la Corte di Cassazione la soluzione prospettata dalla Corte d’Appello non è condivisibile in quanto finisce per sovrapporre piani risarcitori che rimangono concettualmente distinti perché riconducibili alla violazione di precetti normativi distinti (quelli attinenti all'osservanza dei criteri di rotazione in CIG e quelli posti a tutela della professionalità e della personalità del lavoratore). Così la Cassazione ha revocato la decisione della Corte d’Appello e rimesso la decisione della controversia alla medesima Corte in diversa composizione.