lunedì 21 dicembre 2020

NEWSLETTER DEL 21 DICEMBRE 2020

Sorveglianza sanitaria eccezionale: definite dall’Inail le modalità operative.

(INAIL, Circolare n. 44 dell’11 dicembre 2020)

Con la circolare n. 44/2020 l’Inail ha introdotto un nuovo portale telematico per inoltrare le domande di sorveglianza sanitaria eccezionale.

Nel citato provvedimento l’Inail ha preliminarmente ricordato che per effetto dell’art. 83 del D.L. n. 34/2020, i datori di lavoro che non sono tenuti alla nomina di un medico competente, per l’effettuazione della sorveglianza sanitaria nel periodo emergenziale, ferma restando la possibilità di nominare eccezionalmente un proprio medico del lavoro, potranno richiedere ai servizi territoriali dell’Inail di occuparsi della predetta sorveglianza. In quest’ultimo caso l’Inail provvederà con la nomina di propri medici del lavoro che garantiranno la sorveglianza sanitaria per tutta la durata della pandemia.

Ancora l’Istituto rileva che l’introduzione della previsione della sorveglianza sanitaria eccezionale di cui all’art. 83 del D.L. n. 34/2020 ha configurato una rilevante innovazione per la tutela della salute dei lavoratori, ampliando, seppur limitatamente al periodo emergenziale e ai fini della valutazione delle situazioni di particolare fragilità, le previsioni in materia di sorveglianza sanitaria di cui all’art. 41 del Testo unico in materia di sicurezza (D. Lgs. n. 81/2008).

Ciò posto, l’Istituto con la sopracitata circolare, al fine di consentire ai datori di lavoro non obbligati alla nomina del medico competente di ottemperare a quanto previsto in materia di sorveglianza sanitaria dal D.L. n. 34/2020, ha realizzato e messo a disposizione dei datori di lavoro pubblici e privati, a decorrere dallo scorso 1° luglio 2020 e, per ora, sino al 31 dicembre 2020, il nuovo servizio telematico “Sorveglianza sanitaria eccezionale”, quale esclusivo strumento per l’inoltro delle richieste di visita medica. Una volta inoltrata la domanda all’Inail, l’Istituto provvederà con la nomina del medico del lavoro il quale effettuerà la visita ed esprimerà, qualora dovesse ritenere il lavoratore idoneo alla mansione, ma particolarmente fragile, indicazioni per l’adozione di soluzioni cautelative per la salute dello stesso.

I limiti alla facoltà del Giudice di rimodulare la sanzione disciplinare.

(Cass. Civ., Sez. Lavoro, sent. n. 27911 del 4 dicembre 2020)

Con la sentenza n. 27911/2020 la Corte di Cassazione ha ribadito che il Giudice non può sostituirsi al datore di lavoro nel graduare la sanzione da irrogare in concreto, fatte salve alcune specifiche eccezioni.

Nel caso in esame un lavoratore impugnava la sanzione di sospensione del servizio e privazione della retribuzione per sessanta giorni per mancanza di proporzionalità rispetto al fatto contestato.

Il Tribunale adito respingeva il ricorso del lavoratore e confermava la sanzione irrogata.

La Corte d’Appello, al contrario, accoglieva le doglianze del lavoratore ed evidenziava che la sanzione inflitta, sul presupposto che il lavoratore fosse recidivo, non poteva più essere ravvisata a seguito dell’annullamento di entrambe le sanzioni disciplinari richiamate nel provvedimento disciplinare.

La Cassazione confermava la decisione del giudice di secondo grado.

In particolare, la Suprema Corte evidenziava che “Non è consentito al Giudice di sostituirsi al datore di lavoro nella graduazione della sanzione da irrogare in concreto, se non quando «l’imprenditore abbia superato il massimo edittale e la riduzione consista, perciò, soltanto in una riconduzione a tale limite», oppure «sia lo stesso datore di lavoro, convenuto in giudizio per l’annullamento della sanzione, a chiedere, nel suo atto di costituzione, la riduzione della sanzione e il giudice, in accoglimento della domanda del lavoratore, ritenga eccessiva la sanzione già inflitta”. Nel caso di specie, secondo la Corte, non sussistevano tali presupposti e, pertanto, la Corte d’Appello si era, correttamente, limitata ad annullare la sanzione disciplinare.

Onere della prova e principio di non contestazione.

(Cass. civ. Sez. Lav., Ord. n. 28221 del 10 dicembre 2020)

La Corte di Cassazione, con l’Ordinanza n. 28221 del 10 dicembre 2020, ha ribadito il principio secondo cui “nel processo del lavoro, le parti concorrono a delineare la materia controversa, di talché la mancata contestazione del fatto costitutivo del diritto rende inutile provare il fatto stesso perché lo rende incontroverso, mentre la mancata contestazione dei fatti dedotti in esclusiva funzione probatoria opera unicamente sulla formulazione del convincimento del giudice”.

Nel caso di specie, un lavoratore si insinuava al passivo della procedura fallimentare, che coinvolgeva la propria società datrice di lavoro, per alcuni crediti retributivi.

Il Tribunale ammetteva in via privilegiata le somme richieste a titolo di indennità sostitutiva del preavviso e quota di TFR, ma respingeva la domanda avente ad oggetto l’inclusione dell’indennità per ferie e permessi non goduti, in quanto totalmente carente di prova.

Il lavoratore adiva la Suprema Corte, sostenendo l’ammissione di tali crediti in virtù del principio di non contestazione, essendosi il Tribunale limitato a rilevare la lacuna probatoria, senza procedere ad una specifica contestazione del fatto costitutivo del diritto, ovvero lo svolgimento da parte del lavoratore di un monte ore di lavoro eccedenti la normale durata del periodo di lavoro annuale.

La Cassazione, rigettando il ricorso del lavoratore, ha rilevato l’inoperatività del principio di non contestazione, “in quanto i dati fattuali, interessanti sotto diversi profili la domanda attrice, [dovevano essere] tutti esplicitati in modo esaustivo in ricorso, non potendo, il convenuto, contestare ciò che non è stato detto” soprattutto “su circostanze che, pur configurandosi come presupposti o elementi condizionanti il diritto azionato, non siano state esplicitate in modo espresso e specifico nel ricorso introduttivo”.

Infatti, come appurato dalla Corte, il lavoratore si era limitato ad individuare il solo ammontare delle ore di ferie e permessi, senza specificare “quando ed in che misura [avesse] prestato attività lavorativa in eccedenza rispetto al normale durata del lavoro, vale a dire la quantità di lavoro prestata in più, che integra il fatto costitutivo del diritto al compenso”.

Tale onere probatorio, come ricordato dalla corte, rimane a carico del lavoratore che agisca in giudizio per chiedere la corresponsione della correlativa indennità.