lunedì 11 gennaio 2021

NEWSLETTER DELL' 11 GENNAIO 2021

Demansionamento e danno non patrimoniale.

(Cass. civ., Sez. Lavoro, Sent. n. 29012 del 17 dicembre 2020)

Con la sentenza n. 29012 del 17 dicembre 2020, la Corte di Cassazione ha ribadito che “deve escludersi che ogni modificazione delle mansioni in senso riduttivo comporti una automatica perdita di chance ovvero di ulteriori potenzialità occupazionali o di ulteriori possibilità di guadagno, a ciò conseguendo che grava sul lavoratore l'onere di fornire la prova, anche attraverso presunzioni, dell'ulteriore danno risarcibile, mentre resta affidato al giudice del merito il compito di verificare di volta in volta se, in concreto, il suddetto danno sussista, individuandone la specie e determinandone l'ammontare, eventualmente con liquidazione in via equitativa”.

Nel caso in esame un lavoratore, originariamente inquadrato presso un istituto bancario come direttore di filiale, a seguito di un trasferimento con contestuale assegnazione ad una mansione inferiore, agiva in giudizio per chiedere di essere reintegrato nel ruolo di direttore di filiale. Il lavoratore chiedeva altresì la condanna del datore di lavoro al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali, qualificati come danni alla professionalità e perdita di chance, omettendo tuttavia di fornire adeguata prova dei presupposti per il riconoscimento dei danni non patrimoniali.

La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta di risarcimento dei danni non patrimoniali, evidenziando che il demansionamento non comporta, di per sé, la perdita di chance o di altre potenzialità occupazionali.

In particolare, “la perdita di una "chance", configura un danno attuale e risarcibile sempre che ne sia provata la sussistenza anche secondo un calcolo di probabilità o per presunzioni”. Pertanto, “alla mancanza di una tale prova non è possibile sopperire con una valutazione equitativa ai sensi dell'articolo 1226 c.c., atteso che l'applicazione di tale norma richiede che risulti provata o comunque incontestata l'esistenza di un danno risarcibile ed è diretta a fare fronte all'impossibilità di provare l'ammontare preciso del danno”.

I limiti al trasferimento del lavoratore beneficiario dei permessi ex lege 104.

(Cass. civ., Sez. Lavoro, Sent. n. 29009 del 17 dicembre 2020)

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 29009 del 17 dicembre 2020, ha ribadito il principio secondo cui “il diritto del familiare lavoratore, con rapporto di lavoro pubblico o privato, che assista con continuità un parente od un affine entro il terzo grado handicappato, di non essere trasferito senza il suo consenso ad altra sede, non può subire limitazioni in caso di mobilità connessa ad ordinarie esigenze tecnico-produttive dell'azienda ovvero della P.A.”.

Nel caso di specie, un dipendente di un istituto di credito, beneficiario dei permessi ex lege 104, veniva trasferito presso altra filiale, nonostante avesse negato il proprio consenso alla nuova sede di destinazione.

Il lavoratore adiva l’Autorità Giudiziaria, impugnando il provvedimento datoriale in quanto contrario alla normativa ed ai benefici previsti dalla L. 104/92, in tema di avvicinamento della sede di servizio ad un congiunto disabile.

La Corte territoriale, in riforma della sentenza di primo grado, rigettava la domanda proposta dal lavoratore, sottolineando come il provvedimento di trasferimento si manifestasse assolutamente idoneo allo scopo di tutela del soggetto disabile, in quanto la filiale di destinazione risultava molto più vicina al comune di residenza del soggetto da assistere.

La Cassazione, adita dal lavoratore, ha preliminarmente osservato che, al fine di valorizzare “l’esigenza di tutela del disabile al di là di ogni condizionamento derivante dal mancato accertamento di uno status o da preclusioni collegate all’inesistenza di un provvedimento formale”, è necessario ancorare l’insorgenza del diritto del dipendente a non essere trasferito senza il suo consenso alla presentazione della domanda intesa ad ottenere i benefici di cui alla L. 104/92, e non alla data del provvedimento concessorio da parte dell’ente previdenziale.

Assodato il momento di decorrenza di tale beneficio, la Cassazione ha accolto il ricorso osservando come nel caso di specie la Corte territoriale si fosse unicamente focalizzata “sulla considerazione della non necessità del consenso in un’ipotesi che vedeva la sede di lavoro attribuita più vicina al domicilio del disabile da assistere, in termini di mera distanza spaziale”, nonostante la normativa di settore preveda espressamente che “il consenso venga acquisito e che comunque il rifiuto espresso dal lavoratore non possa non essere tenuto in conto”.

Per tali motivi, la Suprema Corte ha cassato la sentenza impugnata, rinviando alla Corte territoriale per procedere al necessario contemperamento degli interessi in gioco, mediante la corretta applicazione dei principi sopra richiamati.

Licenziamento e contratto in frode alla legge.

(Cass. civ., Sez. Lavoro, Sent. n. 29007 del 23 dicembre 2020)

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 29007 del 23 dicembre 2020, ha ribadito il principio secondo cui “è viziato da illiceità della causa il licenziamento disposto con elusione delle norme imperative in materia di limitazione alle facoltà datoriali di recesso dal rapporto di lavoro, e, segnatamente, in violazione all’ordine di reintegrazione nel posto di lavoro e delle disposizioni che scandiscono la procedura di licenziamento collettivo ex lege n.223 del 1991”.

Nel caso di specie, una società datrice di lavoro, condannata a reintegrare un proprio dipendente in seguito all’accertata illegittimità del recesso esercitato, disponeva la reintegra del lavoratore presso un’unità produttiva diversa da quella ove il lavoratore era occupato in precedenza, in ragione di un’asserita riorganizzazione presso l’originaria sede di lavoro.

A seguito del trasferimento, la società procedeva ad una consistente riduzione del personale presso la nuova unità produttiva di destinazione, mediante una procedura di licenziamento collettivo che coinvolgeva anche il dipendente appena reintegrato.

Il lavoratore adiva l’Autorità Giudiziaria, impugnando l’ultimo recesso intimatogli: sia il Tribunale, che la Corte territoriale accoglievano il ricorso, ritenendo il recesso nullo in quanto disposto in frode alla legge.

La Cassazione, adita dalla società, ha respinto il ricorso, osservando che “la peculiarità del contratto in frode alla legge disciplinato dall’art.1344 cod. civ, consiste nel fatto che gli stipulanti raggiungono, attraverso gli accordi contrattuali, il medesimo risultato vietato dalla legge, di guisa che, nonostante il mezzo impiegato sia lecito, è illecito il risultato che attraverso l’abuso del mezzo, la predisposizione di uno schema fraudolento e la distorsione della sua funzione ordinaria si vuole in concreto realizzare”.

Nel caso di specie, la Suprema Corte ha evidenziato come fosse stato realizzato da parte della società uno schema fraudolento volto ad eludere l’ordine di reintegra del lavoratore, tale da configurare un contratto in frode alla legge.