lunedì 8 febbraio 2021

NEWSLETTER DELL'8 FEBBRAIO 2021

Diritto allo smart working, compatibilmente con le mansioni, per il lavoratore disabile o che ha nel proprio nucleo un familiare disabile.

(Trib. Roma, Sez. Lavoro, Ord. n. 5961 del 21 gennaio 2021)

Il Tribunale di Roma con l’ordinanza n. 5961 del 21 gennaio 2021 ha chiarito che ha diritto allo smart working il lavoratore disabile o con un disabile nel nucleo familiare nel caso in cui svolga funzioni astrattamente compatibili con il lavoro da remoto.

Nel caso in esame una lavoratrice addetta alla compliance aziendale, avendo la necessità di accudire la madre disabile, si rivolgeva al Tribunale di Roma per ottenere la pronuncia di illegittimità, ex art. 39 del D.L. 18/2020 convertito con modificazioni dalla Legge n. 24 aprile 2020, n. 27, del provvedimento con il quale il datore di lavoro le aveva negato la possibilità di lavorare da remoto.

In particolare, il datore di lavoro sosteneva che lo smart working fosse incompatibile con l’attività della dipendente in quanto, da un lato, la prolungata assenza della lavoratrice rendeva di fatto impossibile lo svolgimento della prestazione lavorativa da remoto e, dall’altro, la lavoratrice non avrebbe potuto svolgere la prestazione in autonomia dal proprio domicilio in quanto non aveva ricevuto adeguata formazione aziendale.

Il Tribunale accoglieva il ricorso della lavoratrice evidenziando che le giustificazioni rese dalla datrice di lavoro a fronte della richiesta della lavoratrice non fossero rilevanti.

In sostanza, secondo il Tribunale di Roma, la compatibilità delle mansioni svolte sussiste in tutti i casi in cui, in astratto, le stesse possano svolgersi anche da remoto e, quindi, in tali casi il dipendente disabile o che debba accudire un familiare disabile è titolare del diritto allo smart working, che il datore di lavoro non può in nessun modo limitare.

Licenziamento nullo perché ritorsivo: il motivo illecito deve essere determinante ed esclusivo.

(Cass. Civ., Sez. Lavoro, sent. n. 1514 del 25 gennaio 2021)

Con la sentenza n. 1514/2021 la Corte di Cassazione ha ricordato che “in tema di licenziamento nullo perché ritorsivo, il motivo illecito addotto ex articolo 1345 c.c. deve essere determinante, cioè costituire l'unica effettiva ragione di recesso, ed esclusivo, nel senso che il motivo lecito formalmente addotto risulti insussistente nel riscontro giudiziale; ne consegue che la verifica dei fatti allegati dal lavoratore, ai fini all'applicazione della tutela prevista dall'articolo 18, comma 1 st.lav. novellato, richiede il previo accertamento della insussistenza della causale posta a fondamento del licenziamento”.

Nel caso in esame un lavoratore impugnava il licenziamento per giustificato motivo oggettivo comminatogli sostenendo che lo stesso fosse ritorsivo in quanto irrogato a causa dei contrasti interni tra il dipendente e il personale religioso operante presso la RSA alla quale lo stesso era assegnato.

Sia il Tribunale che la Corte d’Appello confermavano la legittimità del licenziamento evidenziando la sussistenza del giustificato motivo oggettivo.

In particolare, nel corso dei giudizi, emergeva che l’andamento negativo della struttura alla quale il dipendente era attribuito, aveva imposto una riduzione dei costi e una rimodulazione dell’organizzazione, con conseguente soppressione del posto di lavoro del dipendente e assegnazione delle mansioni a questo affidate ad una religiosa che prestava la sua opera senza corresponsione di retribuzione.

Anche la Corte di Cassazione confermava la legittimità del licenziamento evidenziando che, accertata l’esistenza di una ristrutturazione determinata dall’esigenza di ridurre i costi e tale da integrare legittimamente il presupposto di cui all’art. 3 della L. n. 604/1966, fosse superfluo indagare il carattere ritorsivo del licenziamento in quanto mancante del requisito determinante dell’efficacia determinativa esclusiva.

I contorni della decadenza dalla prova testimoniale.

(Cass. Civ., Sez. Lavoro, Ord. n. 1926 del 28 gennaio 2021)

La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 1926 del 28 gennaio 2021 ha ribadito il principio secondo cui “la decadenza dal diritto di far assumere la prova, prevista dall’art. 208 cpc, opera per il caso di mancata comparizione della parte nel giorno fissata per l’inizio o la prosecuzione della prova medesima e, pertanto, postula che il giudice, nello espletamento dei suoi doveri di ufficio, abbia determinato il tempo ed il luogo dell’assunzione del mezzo istruttorio, a norma dell’art. 202 cpc; tale decadenza non può, conseguentemente, trovare applicazione per la diversa ipotesi in cui il giudice non abbia fissato detta udienza”.

Nel caso di specie, una lavoratrice adiva l’Autorità Giudiziaria, al fine di ottenere il riconoscimento del superiore inquadramento contrattuale, nonché la condanna della datrice di lavoro al pagamento delle relative differenze retributive.

Sia il Tribunale, che la Corte d’Appello rigettavano la domanda della lavoratrice per non aver quest’ultima assolto il proprio onere probatorio circa i presupposti della domanda.

In particolare, la Corte territoriale confermava la pronuncia di primo grado in punto di intervenuta decadenza dell’intera prova testimoniale richiesta dalla lavoratrice, a causa della mancata comparizione del procuratore ad una singola udienza deputata all’escussione di un teste a favore, nonostante non fossero ancora stati interrogati gli altri testimoni di parte ricorrente già ammessi dal Giudice.

La Cassazione, adita dalla lavoratrice, ha preliminarmente osservato che “la decadenza della prova per mancata comparizione, in una ipotesi in cui l'assunzione di essa è stata frazionata, non può, infatti, estendersi a tutta la prova già ammessa se, ad una successiva udienza, comunque

fissata per il prosieguo della prova di controparte, la parte dichiarata decaduta abbia consentito la comparizione dei restanti propri testi da escutere in relazione ai quali il giudice, nell'ambito dei suoi poteri di direzione, deve verificare quello/i in relazione ai quali può dirsi avvenuta la decadenza”.

Ne consegue che, essendo il provvedimento di decadenza circoscritto “all'udienza nella quale in concreto la prova stessa doveva essere assunta e limitatamente alle attività ivi previste”, il Giudice del merito avrebbe dovuto individuare gli ulteriori testimoni che non erano ricompresi nella pronuncia di decadenza, “la quale non avrebbe potuto estendersi, in una ipotesi di assunzione frazionata, per l’intera prova già ammessa”.

Pertanto, la Cassazione, rilevando che la Corte territoriale non aveva applicato correttamente l’art. 208 c.p.c., ha accolto il ricorso della lavoratrice, cassando la sentenza impugnata.