lunedì 8 marzo 2021

NEWSLETTER DELL'8 MARZO 2021

I profili di nullità del patto di non concorrenza.

(Cass. Civ., sez. Lavoro, sent. n. 5540 del 1° marzo 2021)

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 5540 del 1° marzo 2021, ha ricordato che il patto di non concorrenza, anche se stipulato contestualmente al contratto di lavoro subordinato, rimane autonomo sotto il profilo prettamente causale. Ciò comporta che il corrispettivo stabilito con il patto di non concorrenza, essendo diverso dalla retribuzione, debba possedere soltanto i requisiti previsti in generale per l’oggetto della prestazione e, quindi, debba essere soltanto determinato o determinabile.

In particolare la Corte di Cassazione, nella pronuncia in commento, ha evidenziato che “operano su piani diversi la nullità del patto di non concorrenza per indeterminatezza o indeterminabilità del corrispettivo che spetta al lavoratore, quale vizio del requisito prescritto in generale dall’art. 1346 c.c. per ogni contratto, e la nullità per violazione dell’art. 2125 c.c. laddove il corrispettivo non è pattuito, ovvero, per ipotesi equiparata dalla giurisprudenza di questa Corte, sia simbolico o manifestamente iniquo o sproporzionato”.

Ciò posto, nell’ambito della verifica volta ad accertare la nullità o meno del patto di non concorrenza, si dovrà procedere valutando distintamente la questione della nullità per mancanza del requisito di determinatezza o determinabilità del corrispettivo pattuito tra le parti rispetto a quella dell’adeguatezza dello stesso in rapporto alle limitazioni che impone al lavoratore.

In altre parole, solamente dopo aver verificato che il corrispettivo del patto di non concorrenza è determinato o determinabile, si potrà procedere alla verifica relativa all’entità dello stesso e, dunque, volta a verificare che il corrispettivo pattuito non sia simbolico, manifestamente iniquo o sproporzionato, in rapporto al sacrificio richiesto al lavoratore, alla riduzione delle sue possibilità di guadagno come dal suo ipotetico valore di mercato.

Limiti al ricollocamento del lavoratore disabile.

(Cass. civ., sez. Lavoro, sent. n. 4896 del 23 febbraio 2021)

Con la sentenza n. 4896 del 23 febbraio 2021 la Corte di Cassazione, nel pronunciarsi circa la legittimità del licenziamento comminato ad una lavoratrice per sopravvenuta inidoneità fisica, ha ricordato che si “può ritenere legittimo il licenziamento non solo a fronte della concreta inesistenza di accorgimenti pratici idonei a rendere utilizzabili le prestazioni lavorative dell'inabile ma altresì accertata l'assoluta impossibilità di affidare allo stesso mansioni equivalenti e mansioni inferiori, tenuto conto della protezione dei soggetti svantaggiati, dell'interesse del datore di lavoro ad una collocazione del lavoratore inabile nella realtà organizzativa unilateralmente delineata dall'imprenditore stesso e del diritto degli altri lavoratori allo svolgimento di mansioni che si collochino nell'ambito del bagaglio professionale acquisito”.

Nel caso in esame, una lavoratrice impugnava il licenziamento per sopravvenuta inidoneità fisica allo svolgimento delle mansioni affidatele sostenendo che fosse onere del datore di lavoro modificare l’organizzazione aziendale al fine di consentire l’assegnazione della stessa a mansioni compatibili con il suo stato di salute.

Il Tribunale e la Corte d’Appello contestavano la tesi della lavoratrice e rigettavano le sue domande.

Parimenti il licenziamento veniva ritenuto legittimo dalla Corte di Cassazione che ricordava che nel valutare la legittimità del licenziamento è necessario trovare il punto di equilibrio tra il diritto del disabile a non essere discriminato, il diritto dell’imprenditore ad organizzare l’azienda secondo le proprie insindacabili scelte e il diritto degli altri lavoratori a non veder modificata in pelius la propria condizione lavorativa. Ebbene, nel caso in esame, secondo la Corte di Cassazione, tale valutazione era stata correttamente effettuata dal datore di lavoro che, prima di procedere con il licenziamento, aveva verificato l’assenza di posti vacanti compatibili con le minorate condizioni fisiche della lavoratrice.

L’aliunde perceptum e le retribuzioni per il pubblico impiego.

(Cass. civ., sez. Lavoro, sent. n. 4056 del 16 febbraio 2021)

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 4056 del 16 febbraio 2021, ha ribadito il principio secondo cui, in tema di quantificazione dell’indennità risarcitoria per illegittimo licenziamento, “le erogazioni patrimoniali commisurate alle mancate retribuzioni, cui è obbligato il datore di lavoro che non proceda al ripristino del rapporto lavorativo, qualificate come risarcitorie, consentono la detraibilità dell'aliunde perceptum che il lavoratore possa avere conseguito svolgendo una qualsiasi attività lucrativa”.

Nel caso di specie, un lavoratore dipendente presso uno stabilimento termale adiva l’Autorità Giudiziaria, al fine di far accertare l’illegittimità del recesso esercitato dalla datrice di lavoro, con conseguente applicazione della tutela reintegratoria.

La Corte d’Appello confermava la pronuncia di primo grado in punto di nullità del licenziamento, condannando, altresì, la datrice di lavoro al risarcimento del danno in misura pari alle retribuzioni spettanti dalla data di esercizio del recesso sino a quello dell'effettiva reintegra, detratto, tuttavia, il compenso che nel frattempo il lavoratore aveva percepito per l’esercizio dell’attività di docente di educazione fisica presso alcune scuole pubbliche.

La Cassazione, adita dal lavoratore, ha rigettato il ricorso, sottolineando, in primis, che l’aliunde perceptum, non essendo un’eccezione in senso stretto, è rilevabile d’ufficio dal Giudice, e che tale istituto opera ogniqualvolta il lavoratore “abbia guadagnato altrove utilizzando il tempo reso libero dal licenziamento secondo il principio della compensatio lucri cum damno (…) e nei limiti in cui, sia il danno che l'incremento patrimoniale o comunque il vantaggio siano conseguenza immediata e diretta dallo stesso fatto, il quale abbia in se' l’idoneità a produrre entrambi gli effetti”.

Sulla base di tali argomentazioni, la Suprema Corte ha ritenuto corretta la pronuncia resa dalla Corte territoriale, confermando la detraibilità - dall’ammontare complessivo dell’indennità risarcitoria a carico del datore di lavoro -delle retribuzioni conseguite dal lavoratore per l’ulteriore attività lavorativa svolta, indipendentemente dalla tipologia dell’incarico.