lunedì 29 marzo 2021

NEWSLETTER DEL 29 MARZO 2021

Il dipendente rifiuta il vaccino: legittima la decisione di collocarlo in ferie forzate.

(Tribunale Belluno, Sez. Lavoro, Ordinanza del 16 marzo 2021)

Il Tribunale di Belluno, con l’ordinanza del 16 marzo 2021, ha chiarito che il datore di lavoro ha la facoltà di mettere in ferie forzate i dipendenti che abbiano rifiutato il vaccino.

Nel caso in esame, il Tribunale di Belluno veniva adito da alcuni lavoratori, operanti in una RSA, che chiedevano venisse dichiarata l’illegittimità del provvedimento con il quale gli stessi erano stati collocati in ferie forzate dal datore di lavoro a seguito del loro rifiuto a sottoporsi al vaccino.

Il Tribunale di Belluno rigettava la richiesta dei lavoratori e confermava la legittimità del provvedimento datoriale.

In particolare, il Tribunale evidenziava che, ai sensi dell’art. 2087 c.c., “l'imprenditore è tenuto ad adottare nell'esercizio dell'impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l'esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l'integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”.

Ciò posto, il Giudice adito rilevava che, essendo ormai notoria l’efficacia del vaccino contro il Covid-19 ed atteso che i ricorrenti erano impegnati in mansioni a contatto con persone che accedono al luogo di lavoro, la permanenza in servizio degli stessi avrebbe potuto comportare la violazione, da parte del datore di lavoro, dell’obbligo di cui all’art. 2087 c.c.

Di conseguenza, il Tribunale ha concluso che, posto che l’art. 2109 c.c. stabilisce che il prestatore di lavoro ha diritto ad un periodo annuale di ferie retribuito nel tempo che l’imprenditore stabilisce tenuto conto dell’esigenze dell’impresa e degli interessi del prestatore di lavoro e che, nel caso, l’esigenza del datore di lavoro di osservare il disposto di cui all’art. 2087 c.c. prevale sull’eventuale l’interesse del prestatore di lavoro ad usufruire di un diverso periodo di ferie, la decisione di collocare i dipendenti non vaccinati in ferie, evitando così che gli stessi potessero contrarre al lavoro la malattia, doveva considerarsi legittima.

La preesistenza e l’autonomia funzionale del ramo d’azienda trasferito.

(Cass. Civ., Sez. Lav. Sent. n. 7364 del 16 marzo 2021)

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 7364 del 16 marzo 2021, ha ribadito il principio secondo cui, in tema di trasferimento di ramo d’azienda, “rappresenta elemento costitutivo della cessione l'autonomia funzionale del ramo ceduto, ovvero la capacità di questo, già al momento dello scorporo dal complesso cedente, di provvedere ad uno scopo produttivo con i propri mezzi funzionali ed organizzativi e quindi di svolgere - autonomamente dal cedente e senza integrazioni di rilievo da parte del cessionario - il servizio o la funzione cui risultava finalizzato nell'ambito dell'impresa cedente al momento della cessione”.

Nel caso di specie, alcuni dipendenti di un istituto di credito adivano l’Autorità Giudiziaria, al fine di far accertare la perdurante esistenza del rapporto di lavoro con la propria datrice di lavoro, nonostante il trasferimento alle dipendenze di altra società, disposto nell’ambito di un’operazione di trasferimento di ramo d’azienda.

Sia il Tribunale, che la Corte d‘Appello accoglievano le domande dei lavoratori, ritenendo illegittima la cessione dei rapporti di lavoro, in quanto il relativo ramo d’azienda trasferito risultava carente dei necessari requisiti dell’autonomia funzionale e della preesistenza.

La Cassazione, adita sia dall’azienda cedente che da quella cessionaria, ha respinto i ricorsi, ricordando che la cessione di un ramo d’azienda è configurabile unicamente nel caso in cui venga ceduta un’entità economica, definita, secondo l’interpretazione fornita dalla Corte di Giustizia Europea, come il “complesso organizzato di persone e di elementi che consenta l'esercizio di un’attività economica finalizzata al perseguimento di un determinato obbiettivo e sia sufficientemente strutturata ed autonoma”.

L’elemento costitutivo dell’autonomia funzionale del ramo d'azienda ceduto, ha ribadito la Corte, deve essere letto “in reciproca integrazione con il requisito della preesistenza”, da valutarsi non “sull'organizzazione assunta dal cessionario successivamente alla cessione, eventualmente grazie alle integrazioni determinate da coevi o successivi contratti di appalto, ma all'organizzazione consentita già dalla frazione del preesistente complesso produttivo costituita dal ramo ceduto”.

Sulla base di tali assunti, la Cassazione, ravvisata l’insussistenza nel caso di specie degli elementi costitutivi di una cessione di ramo d'azienda ex art. 2112 c.c., ha confermato la pronuncia resa dai Giudici territoriali.

Il corretto riparto degli oneri probatori in tema di obbligo di repêchage.

(Cass. Civ., Sez. Lav. Sent. n. 6084 del 4 marzo 2021)

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 6084 del 4 marzo 2021, ha ribadito il principio secondo cui, in tema di obbligo di repêchage, l’onere probatorio circa “l’impossibilità di reimpiego del lavoratore in mansioni diverse, elemento che, inespresso a livello normativo, trova giustificazione sia nella tutela costituzionale del lavoro che nel carattere necessariamente effettivo e non pretestuoso della scelta datoriale, (…) è a carico del datore di lavoro, che può assolverlo anche mediante ricorso a presunzioni, restando escluso che sul lavoratore incomba un onere di allegazione dei posti assegnabili ”.

Nel caso di specie, un lavoratore adiva l’Autorità Giudiziaria al fine di far accertare l’illegittimità del licenziamento per giustificato motivo oggettivo irrogatogli dalla propria datrice di lavoro.

La Corte d‘Appello, confermando la pronuncia di primo grado, respingeva le domande del ricorrente, ritenendo legittimo il licenziamento disposto dalla società a seguito della soppressione della mansione del dipendente, anche in virtù della mancata allegazione da parte del lavoratore, ai fini della valutazione del correlativo obbligo di repêchage in capo all’azienda, dell’esistenza di posti di lavoro presso i quali avrebbe potuto essere ricollocato.

La Cassazione, adita dal lavoratore, ha accolto il ricorso, ricordando che “in materia di repêchage non sussiste alcun onere di collaborazione da parte del lavoratore, questo gravando esclusivamente sul datore di lavoro”, con la conseguenza che l’onere di allegazione e di prova, circa l’impossibilità di ricollocare utilmente il lavoratore presso altri posti di lavoro - e, pertanto, di esercitare legittimamente il recesso per g.m.o -, incombe unicamente sul datore di lavoro.

La Cassazione, sulla base di tale argomentazione, ha cassato la sentenza impugnata, rinviandola a diversa composizione della Corte territoriale per un ulteriore esame della vicenda, sulla base del corretto riparto degli oneri probatori in tema di recesso per giustificato motivo oggettivo.