lunedì 19 aprile 2021

NEWSLETTER 19 APRILE 2021

Sopravvenuta inidoneità totale del lavoratore alla prestazione lavorativa: il rapporto si risolve di diritto e il lavoratore non ha diritto all’indennità sostitutiva del preavviso.

(Cass. Civ., Sez. Lavoro, Sent. n. 9556 del 12 aprile 2021)

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 9556/2021, ha ribadito che “con riferimento al rapporto di lavoro alle dipendenze di datore di lavoro privato, in caso di sopravvenuta inidoneità totale del lavoratore subordinato alla prestazione lavorativa, si configura un caso di impossibilità assoluta per il venir meno della causa del contratto, non riconducibile ai casi di sospensione legale previsti dagli art. 2110 e 2111 cod. civ., con la conseguenza che – al verificarsi di tale impossibilità assoluta e diversamente da quanto avviene per il caso di impossibilità relativa – si determina la risoluzione del contratto, senza necessità che la parte interessata manifesti mediante il negozio del recesso l’assenza di un suo interesse al mantenimento del vincolo giuridico (ormai privo di valore) dovendosi escludere, ai sensi dell’art. 1322, comma 2, cod. civ., che l’autonomia privata possa mantenere ugualmente in vita il rapporto contrattuale”.

Nel caso in esame, l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli aveva disposto l’immediata cessazione del rapporto di lavoro intercorrente con un dipendente a cui era stata riconosciuta l’assoluta e permanente impossibilità a svolgere qualsiasi attività, per motivi di salute e senza la corresponsione dell’indennità sostitutiva del preavviso.

Il lavoratore agiva in giudizio ed otteneva un decreto ingiuntivo relativo all’indennità sostitutiva del preavviso.

La Corte d’Appello, a cui si rivolgeva il datore di lavoro a seguito della conferma del decreto ingiuntivo nell’ambito del giudizio di opposizione, revocava il decreto ingiuntivo evidenziando la legittimità del diniego alla corresponsione dell’indennità sostitutiva del preavviso, affermando che, nel caso di cessazione del rapporto per motivi di salute, la risoluzione del contratto si verifica di diritto.

La pronuncia della Corte d’Appello veniva confermata dalla Corte di Cassazione che, a tal proposito, richiamando il principio già sancito nell’ambito del rapporto di lavoro privato, evidenziava che, nell’ipotesi di inidoneità assoluta alla prestazione lavorativa, “la risoluzione del rapporto consegue al fatto in sé dell’inidoneità fisica allo svolgimento del lavoro e quindi non richiede alcuna manifestazione di volontà del datore di lavoro, né tanto meno esige che sia rispettato il termine del preavviso”.

 

L’onere della prova circa l’incidenza lesiva della mancata audizione a difesa del lavoratore.

(Cass. Civ. Sez. Lav., Sent. n. 9313 del 7 aprile 2021)

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 9313 del 7 aprile 2021, ha ribadito il principio secondo cui, in tema di procedimento disciplinare, “è onere del dipendente, che contesti la legittimità della sanzione, dimostrare di non aver potuto presenziare all’audizione a causa di una patologia così grave da risultare ostativa all’esercizio assoluto del diritto di difesa, dovendosi ritenere che altre malattie non precludano all’incolpato altre forme partecipative come ad es. l’invio di memorie esplicative, la delega difensiva ad un avvocato”.

Nel caso di specie, un dipendente dell’INPS impugnava dinanzi all’Autorità Giudiziaria il licenziamento irrogatogli dall’Istituto previdenziale, contestandone la legittimità per non aver potuto rendere, a seguito di differimento dell’originaria data prevista per l’audizione, le proprie giustificazioni oralmente.

Sia il Tribunale, che la Corte d’Appello accoglievano le domande del ricorrente, dichiarando l’illegittimità del licenziamento per violazione del principio di tempestività ed immediatezza della contestazione disciplinare, nonché per omessa audizione a difesa.

La Cassazione, adita dalla società, ha accolto il ricorso, osservando preliminarmente, in punto di omessa audizione, che “ove il datore, a seguito della richiesta di audizione, abbia convocato il lavoratore per una certa data, questi non ha diritto ad un differimento dell’incontro laddove si limiti ad addurre una impossibilità di presenziare, poiché l’obbligo di accogliere la richiesta del lavoratore sussiste solo ove la stessa risponda ad un’esigenza difensiva non altrimenti tutelabile”.

Ne consegue, continua la Corte, che “in caso di violazione del termine posto per le difese del lavoratore viene sempre collegata alla deduzione di un pregiudizio subito nell’articolazione delle giustificazioni da fornire al datore di lavoro. Il pregiudizio determinato dal mancato rispetto del termine a difesa deve essere dedotto in concreto e non in via astratta”.

Nel caso di specie, la Suprema Corte, in mancanza di prova circa il concreto pregiudizio al diritto di difesa causato dagli asseriti vizi procedurali (gravante sul lavoratore), ha accolto il ricorso presentato dall’Istituto previdenziale.

 

L’onere della prova circa la natura professionale della malattia non tabellata.

(Cass. Civ. Sez. Lav., Ord. n. 5816 del 3 marzo 2021)

La Corte di Cassazione, con l'Ordinanza n. 5816 del 3 marzo 2021, ha ribadito il principio secondo cui, in tema di responsabilità del datore di lavoro ex articolo 2087 c.c. per omessa adozione delle cautele volte a garantire l’integrità della salute psico-fisica dei lavoratori, “in caso di malattia non tabellata, incombe sul lavoratore l'onere di provare il nesso causale tra la malattia e ambiente lavorativo”.

Nel caso di specie, una lavoratrice adiva l’Autorità Giudiziaria, al fine di ottenere l’accertamento della responsabilità della società datrice di lavoro per la malattia professionale di cui era affetta, nonché la condanna di quest’ultima al conseguente risarcimento dei danni patiti.

Sia il Tribunale, che la Corte d’Appello rigettavano le domande della ricorrente, in quanto, all’esito di apposita consulenza tecnica, veniva accertata la mancanza di nesso causale tra le patologie denunciate e la presunta condotta colpevole della datrice di lavoro.

La Cassazione, adita dalla lavoratrice, ha rigettato il ricorso, osservando che il percorso logico-giuridico seguito dalla Corte Territoriale era coerente con il consolidato orientamento secondo cui l’onere di fornire la prova circa la sussistenza del nesso di causalità tra una malattia non richiamata dalla normativa INAIL e la mancata adozione, da parte del datore di lavoro, di tutte le misure e le cautele volte a prevenire una menomazione dell’integrità psico-fisica fosse esclusivamente a carico della lavoratrice.

In particolare, la perizia in atti dimostrava che la patologia sofferta dalla dipendente, asseritamente derivante dal microclima ambientale in cui prestava servizio, non poteva considerarsi quale diretta conseguenza delle condotte del datore di lavoro in tema di sicurezza degli ambienti di lavoro, escludendone, in tal modo, l’origine professionale