lunedì 26 aprile 2021

NEWSLETTER DEL 26 APRILE 2021

Blocco dei licenziamenti per i dirigenti: cambio di indirizzo del Tribunale di Roma che esclude l’applicabilità del divieto alla categoria dirigenziale.

(Tribunale di Roma, Sez. Lavoro, sent. n. 3605 del 19/04/2021)

Il Tribunale di Roma torna a pronunciarsi in merito all’applicazione o meno del divieto di licenziamento previsto dalla normativa emergenziale con riferimento alla categoria dei dirigenti. Aveva infatti suscitato non poche polemiche l’ordinanza pronunciata in data 26 Febbraio 2021, da altro giudice del medesimo Tribunale di Roma, che aveva concluso per l’illegittimità del licenziamento di un dirigente intimato in costanza del divieto di licenziamento, sull’assunto per cui la tutela dei posti di lavoro dovrebbe essere considerata comune a tutti i lavoratori, compresi i dirigenti.

La sentenza in commento, al contrario, aderisce all’orientamento diametralmente opposto, di fatto più in linea anche con un commento espresso dal Presidente della sezione lavoro della Corte di Cassazione, che si è detto molto perplesso sulla correttezza della decisione assunta dal giudice che ha concluso per l’estensione del divieto.

Nella sentenza qui commentata, il Giudice parte dal tenore letterale della normativa, evidenziando che il blocco introdotto dalla normativa emergenziale riguarda le ipotesi di recesso dal contratto per giustificato motivo oggettivo ai sensi dell’art. 3 della legge n. 604/1966, che – per espressa previsione normativa - non si applica ai dirigenti.

In secondo luogo l’esclusione della figura del dirigente dal blocco dei licenziamenti risulterebbe coerente con lo spirito che sorregge l’eccezionale ed emergenziale previsione dello stesso nell’ambito della pandemia. Questo, infatti, è stato accompagnato da una pressoché generalizzata possibilità per le aziende di ricorrere agli ammortizzatori sociali, con la conseguenza che la cassa integrazione ha consentito alle imprese di tamponare le perdite, pur permettendo la tutela occupazionale.

In altre parole, per far fronte all’emergenza sanitaria ed economica, si è ideato un sistema sorretto dal binomio divieto di licenziamento/costo del lavoro a carico della società.

Tale binomio, però, non può stare in piedi con riguardo ai dirigenti poiché a questi non è consentito, in pendenza del rapporto di lavoro, di accedere agli ammortizzatori sociali. Conseguentemente, non può estendersi anche ai dirigenti il blocco dei licenziamenti in quanto il datore di lavoro si ritroverebbe nella condizione di non poter reperire una soluzione sostitutiva che permetta loro di garantire reddito e tutela occupazionale senza costi aggiuntivi.

Impugnazione stragiudiziale del licenziamento: se il difensore delegato è munito di procura non deve necessariamente allegare la procura speciale nel termine di 60 giorni.

(Cass. Civ., Sez. Lavoro, sent. n. 9650 del 13/04/2021)

Con la sentenza n. 9650/2021 la Corte di Cassazione ha chiarito che nel caso in cui un licenziamento sia impugnato stragiudizialmente nell’interesse del lavoratore da un avvocato munito di procura anteriore all’impugnazione, non è necessario che quest’ultimo fornisca al datore di lavoro, nel termine di 60 giorni dalla data di licenziamento, prova del conferimento di mandato, a meno che il datore di lavoro non ne faccia espressa richiesta.

Nel caso in esame un lavoratore impugnava in via stragiudiziale un contratto a termine, a suo dire nullo, nel termine decadenziale di 60 giorni, per il tramite del proprio avvocato al quale aveva fornito apposita procura.

Il Tribunale prima, e la Corte d’Appello dopo, rigettavano il ricorso del lavoratore sostenendone la decadenza dal diritto per non avere l’avvocato difensore inviato copia della procura, al datore di lavoro, nel termine di 60 giorni dall’impugnazione.

Di avviso opposto la Corte di Cassazione, che delinea una netta distinzione tra l’ipotesi in cui l’avvocato agisca in assenza di procura rispetto al caso in cui lo stesso agisca in seguito all’ottenimento di apposita procura. Nel primo caso, infatti, è necessario che l’avvocato comunichi, nel termine di impugnazione stragiudiziale del licenziamento, la ratifica del proprio operato da parte del lavoratore. Nel secondo caso, invece, l’avvocato che agisca in nome e per conto del lavoratore richiamando un mandato precedentemente conferitogli, non sarà tenuto, a meno che non vi sia espressa richiesta in tal senso da parte del datore di lavoro, a documentare il mandato conferitogli.

I profili di compatibilità delle attività ricreative durante l’assenza da lavoro per malattia.

(Cass. Civ., Sez. Lavoro, sent. n. 9647 del 13 aprile 2021)

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 9647 del 13 aprile 2021, ha ribadito il principio secondo cui “lo svolgimento di attività extralavorativa durante il periodo di assenza per malattia costituisce illecito disciplinare e può essere ritenuto contrattualmente illegittimo per violazione dei doveri generali di correttezza e buona fede e degli specifici obblighi contrattuali di diligenza e fedeltà, sia quando l’attività esterna, prestata o meno a titolo oneroso, sia per sé sufficiente a far presumere l’inesistenza della malattia, dimostrando, quindi, una sua fraudolenta simulazione sia quando, in violazione del dovere preparatorio all’adempimento e valutata in relazione alla natura della patologia e delle mansioni svolte, l’attività stessa possa pregiudicare o ritardare la guarigione e il rientro in servizio del lavoratore”.

Nel caso di specie, un lavoratore chiedeva annullarsi il licenziamento per giusta causa irrogatogli dalla datrice di lavoro per aver svolto, durante il periodo di assenza da lavoro per malattia, attività ricreative incompatibili con il proprio stato di salute.

La domanda del ricorrente è stata accolta sia in primo che secondo grado di giudizio, in quanto non era emersa la prova dell’incompatibilità tra la malattia e i comportamento posti in essere.

La Cassazione ha confermato la sentenza, osservando che “la patologia impeditiva considerata dall'art. 2110 Cod. Civile (…) va intesa non come stato che comporti la impossibilità assoluta di svolgere qualsiasi attività, ma come stato impeditivo delle normali prestazioni lavorative del dipendente”. Ne consegue, continua la Corte, che “nel caso di un lavoratore assente per malattia il quale sia stato sorpreso nello svolgimento di altre attività, spetta al dipendente, indubbiamente secondo il principio sulla distribuzione dell'onere della prova, dimostrare la compatibilità di dette attività con la malattia impeditiva della prestazione lavorativa, la mancanza di elementi idonei a far presumere l'inesistenza della malattia e quindi, una sua fraudolenta simulazione, e la loro inidoneità a pregiudicare il recupero delle normali energie psico – fisiche”.

Sulla base di tali considerazioni, la Suprema Corte, in virtù delle consulenze medico legali in atti, ha ritenuto pienamente assolto l’onere incombente sul lavoratore di dimostrare la compatibilità tra i comportamenti tenuti e la patologia diagnosticata, respingendo, pertanto, la relativa doglianza del datore di lavoro.