lunedì 3 maggio 2021

NEWSLETTER DEL 3 MAGGIO 2021

I contorni dell’incompatibilità ambientale a giustificazione del trasferimento del lavoratore.

(Tribunale Lucca, sentenza 29 aprile 2021)

Il Tribunale di Lucca, con sentenza del 29 aprile 2021, si è pronunciato in tema di trasferimento per incompatibilità ambientale, concludendo per la legittimità del provvedimento datoriale adottato in “presenza di una situazione di incompatibilità ambientale, comportante sfavorevoli ripercussioni e disfunzioni nello svolgimento dell’attività aziendale nel negozio (e quindi disservizio), per le tensioni sviluppatesi nell’ambiente di lavoro - stante la mancanza di fiducia e di stima tra i componenti del gruppo direttivo -, per la diffidenza reciproca sulla correttezza dei comportamenti individuali dei componenti del gruppo di regia”.

Nel caso di specie, lo Studio Legale Lupi & Associati ha assistito e difeso una nota società operante nel settore del fai da te, nell’ambito del giudizio avviato da una ex dipendente, con mansioni di direttrice di un punto vendita, avverso il trasferimento disposto nei suoi confronti per incompatibilità ambientale. In particolare, il provvedimento di trasferimento era stato disposto nei confronti di tutto il personale direttivo, a seguito di una serie di furti di denaro dalla cassaforte del negozio, a cui avevano accesso solo le figure direttive.

Ad avviso della società, il provvedimento si era reso necessario nell’ottica di ripristinare il corretto svolgimento dell’attività lavorativa, nonché il sereno ambiente di lavoro dopo i gravi fatti emersi.

Il Tribunale ha rigettato il ricorso promosso dalla lavoratrice, osservando preliminarmente che “la sussistenza di una situazione di incompatibilità tra il lavoratore ed i suoi colleghi (…), che importi tensioni personali o anche contrasti nell’ambiente di lavoro comportanti disorganizzazione e disfunzione, concretizza un’oggettiva esigenza di modifica del luogo di lavoro”, e che tale incompatibilità “non postula necessariamente un diretto rapporto di imputabilità di specifici fatti e comportamenti addebitabili al dipendente medesimo, essendo sufficiente l'oggettiva sussistenza di una situazione di incompatibilità tra il dipendente e colleghi”, a maggior ragione “ove i dipendenti trasferiti rivestano un ruolo di responsabilità nell’unità produttiva”. Sulla base di tali argomentazioni, il Tribunale, accertato che “le ragioni tecniche-produttive-organizzative poste a sostegno del (dei) provvedimenti di trasferimento, (…) sono state provate, ha confermato la legittimità della scelta aziendale, in quanto “non censurabile e, anzi, ragionevole e attenta anche alle esigenze della lavoratrice e, al contempo, idonea a garantire la piena funzionalità del negozio”.

La proroga orale o per fatti concludenti del contratto a termine.

(Cass. Civ. Sez. Lav., Ord. n. 10870 del 23 aprile 2021)

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 10870 del 23 aprile 2021, ha ribadito il principio secondo cui “in tema di rapporto di lavoro a termine, per la proroga del contratto non è necessaria la forma scritta ad substantiam (…), potendo l’accordo fra le parti essere manifestato in forma orale o risultare da comportamenti concludenti”.

Nel caso di specie, un lavoratore adiva l’Autorità Giudiziaria, al fine di far accertare la natura indeterminata del rapporto intercorrente con la propria datrice di lavoro, in quanto l’originario rapporto a tempo determinato era stato prorogato verbalmente alla scadenza, nonostante l’esistenza di un accordo scritto firmato dalla sola società datrice di lavoro, ed era poi proseguito senza soluzione di continuità per ulteriori 5 mesi. La Corte d’Appello, in riforma della pronuncia di primo grado, accoglieva le domande del lavoratore, accertando l’esistenza tra le parti di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, in quanto dalla lettera di proroga, sottoscritta dal solo datore di lavoro, non poteva desumersi la volontà di entrambe le parti di prorogare il contratto a termine.

La Cassazione ha invece smentito detta conclusione, accogliendo il ricorso proposto dalla società. La Corte ha preliminarmente osservato che la disciplina della proroga del contratto a termine ratione temporis applicabile (art. 4, d.lgs. n. 368\01) “non prevede, a differenza di quanto stabilito (…) in tema di somministrazione di lavoro, che la proroga del contratto a tempo determinato debba avvenire per iscritto”.

Ne consegue, continua la Corte, che “deve ritenersi che la mancata previsione della forma scritta per la proroga sia oggi bilanciata dai nuovi e più flessibili meccanismi sanzionatori descritti (…), lasciando intatto l’onere in capo al datore di lavoro di provare l’esistenza delle ragioni obiettive che giustificano la proroga”.

Sulla base di tali argomentazioni, considerato che “la circostanza che non fosse stata sottoscritta dal lavoratore la proroga, non poteva escludere né la sussistenza della proroga stessa, né la validità del consenso che può essere manifestato anche per facta condudentia”, la Cassazione ha cassato la sentenza impugnata e rinviato la causa alla Corte Territoriale per un nuovo esame della vicenda sulla base dei principi enunciati.

Illegittima collocazione in cassa integrazione per violazione dei criteri stabiliti: al lavoratore spetta la differenza tra la retribuzione e il trattamento di cassa integrazione.

(Cass. Civ., Sez. Lavoro, Sent. n. 10378 del 20 aprile 2021)

La Corte di Cassazione, con la pronuncia n. 10378 del 20 aprile 2021, ha ribadito che “la violazione dei criteri, stabiliti in sede di contrattazione collettiva, per la scelta dei lavoratori da porre in cassa integrazione comporta, per il lavoratore ingiustificatamente sospeso, non il diritto alla riammissione in servizio, versandosi in tema di facere infungibile fuori dalla sfera di operatività dell’art. 18, l. 300/1970, ma solo il diritto al risarcimento del danno, nella misura corrispondente alla differenza tra le retribuzioni spettanti nel periodo di ingiustificata sospensione del rapporto di lavoro ed il trattamento di cassa integrazione corrisposto nello stesso periodo”.

Nel caso in esame, un dipendente agiva in giudizio chiedendo la declaratoria di illegittimità della sua collocazione in cassa integrazione guadagni straordinaria con sospensione a zero ore, lamentando la violazione dei criteri per la scelta dei lavoratori da porre in cassa integrazione, e sostenendo che la sospensione non aveva coinvolto tutto il personale dipendente con la medesima professionalità dell’istante.

Il Tribunale rigettava le richieste del lavoratore. La Corte d’Appello, invece, accoglieva in parte la domanda proposta dal dipendente, condannando la Società al pagamento della differenza tra la normale retribuzione di fatto che il dipendente avrebbe percepito se avesse svolto l’attività lavorativa ed il trattamento percepito a titolo di CIGS.

La Corte di Cassazione ha confermato la pronuncia d’appello, ritenendo corretto quanto rilevato dalla corte territoriale sul fatto che la sospensione non aveva coinvolto tutti il personale dipendente con la medesima professionalità del ricorrente, con la conseguenza che la messa in cassa integrazione a zero ore del dipendente fosse illegittima per violazione dei criteri di scelta.