lunedì 25 ottobre 2021

NEWSLETTER DEL 25 OTTOBRE 2021

Nulla è dovuto al lavoratore dimissionario se il datore di lavoro rinuncia a ricevere la prestazione lavorativa nel periodo di preavviso.

(Cass. Civ., Sez. Lav., Ord. n. 27934 del 13 ottobre 2021)

La Corte di Cassazione, con Ordinanza n. 27934 del 13 ottobre 2021, è tornata a pronunciarsi sull’annosa questione relativa all’efficacia del preavviso, reale o obbligatoria, affermando che il datore di lavoro che rinunci a ricevere la prestazione lavorativa messa a disposizione dal dipendente dimissionario nel periodo di preavviso, non è tenuto a corrispondere a quest’ultimo l’indennità sostitutiva dello stesso.

Nel caso di specie, un lavoratore otteneva un decreto ingiuntivo avente ad oggetto il pagamento dell’indennità sostitutiva del preavviso, che il datore di lavoro si era rifiutato di corrispondere avendo comunicato al dipendente dimissionario di voler rinunciare a ricevere l’attività lavorativa durante il periodo di preavviso.

La società proponeva opposizione nei confronti del decreto emesso.

La Corte d’Appello di Torino confermava il decreto sull’assunto per cui la rinunzia al periodo di preavviso da parte del datore di lavoro non esonera quest’ultimo dall’obbligo di dover corrispondere l’indennità sostitutiva del preavviso.

Peraltro, secondo i giudici d’appello, non risultava che il lavoratore, nel sottoscrivere “per ricevuta e accettazione” la comunicazione di esonero dal preavviso, avesse espresso alcuna volontà di rinunzia alla relativa indennità.

La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso proposto dalla società datrice di lavoro ritenendo di dover dare continuità all’orientamento secondo il quale il preavviso ha natura obbligatoria e non reale (che implicherebbe, in mancanza di accordo tra le parti circa la cessazione immediata del rapporto, il diritto alla prosecuzione dello stesso e di tutte le connesse obbligazioni fino alla scadenza del termine).

Secondo la Cassazione  “dalla natura obbligatoria dell'istituto in esame [il preavviso] discende che la parte non recedente, che abbia (…) rinunziato al preavviso, nulla deve alla controparte, la quale non può vantare alcun diritto alla prosecuzione del rapporto di lavoro fino a termine del preavviso; alcun interesse giuridicamente qualificato è, infatti, configurabile in favore della parte recedente; la libera rinunziabilità del preavviso esclude che ad essa possano connettersi a carico della parte rinunziante effetti obbligatori in contrasto con le fonti dell'obbligazioni indicate nell'art. 1173 c.c.”.

Infortunio sul lavoro: il datore di lavoro è responsabile anche in caso di delega degli obblighi di sicurezza e prevenzione.

(Cass. Civ., Sez. Lav., Sent. n. 25512 del 21 settembre 2021)

La Corte di Cassazione, con Sentenza n. 25512 del 21 settembre 2021 ha ribadito il principio secondo cui “la titolarità degli obblighi penalmente rilevanti, in ragione della attribuzione di compiti specificamente assegnati al responsabile ed agli addetti ai servizi di prevenzione e protezione, non incide sulla responsabilità per inadempimento dell'obbligo di sicurezza gravante sul datore di lavoro né sulla eventuale responsabilità di quest'ultimo ai sensi dell'articolo 2049 c.c.".

Nel caso di specie, gli eredi di un lavoratore morto a causa di un infortunio occorso sul luogo di lavoro, agivano in giudizio al fine di ottenere il risarcimento dei danni da parte del datore di lavoro ritenuto responsabile dell’evento mortale.

Il datore di lavoro si era però costituito in giudizio sostenendo di essere estraneo alla vicenda alla luce della sentenza con la quale i giudici penali avevano accertato la responsabilità del dipendente a cui erano stati delegati i compiti inerenti alla sicurezza sul lavoro.

La Corte d’Appello, adita dalla società datrice di lavoro, confermava la sentenza del primo giudice che aveva condannato il datore di lavoro, riconducendo la responsabilità dello stesso alla violazione degli artt. 2087 e 2049 c.c.

Con ricorso in Cassazione la società chiedeva la riforma della sentenza invocando il principio di effettività, ritenendo di non essere il soggetto destinatario degli obblighi di cui agli artt. 2087 e 2049 c.c., in quanto le funzioni e gli obblighi relativi all’adozione di un piano prevenzionistico erano state concretamente esercitate dal preposto sulla base di un’apposita delega.

La Corte ha dichiarato il motivo di ricorso privo di fondamento, in considerazione del fatto che la delega conferita al preposto “non ha efficacia traslativa del debito prevenzionistico e delle relative responsabilità” nei confronti del prestatore di lavoro, in quanto il datore di lavoro non è esente da responsabilità neanche in presenza di un’effettiva delega funzionale, non avvenendo in nessun caso la successione del delegato nella sua posizione nell’adempimento dell’obbligo di sicurezza.

In definitiva, riprendendo le parole dei Giudici della Suprema Corte la responsabilità del datore “è imputata a titolo oggettivo, avendo come suo presupposto la consapevole accettazione dei rischi insiti in quella particolare scelta imprenditoriale”.

La Corte ha quindi rigettato il ricorso e confermato la sentenza appellata.

Il principio dell'immediatezza della contestazione disciplinare.

(Cass. Civ., Sez. Lav., Sent. n. 23332 del 24 agosto 2021)

La Corte di Cassazione, con Sentenza n. 23332 del 24 agosto 2021, ha ribadito che, nel licenziamento per giusta causa, “il principio dell'immediatezza della contestazione dell'addebito deve essere inteso in senso relativo, potendo in concreto essere compatibile con un intervallo di tempo più o meno lungo, quando l'accertamento e la valutazione dei fatti siano molto laboriosi e richiedano uno spazio temporale maggiore”.

Nel caso di specie, un lavoratore (con funzioni di Direttore Amministrativo) era stato licenziato per giusta causa per aver compiuto una serie di irregolarità contabili mediante l'alterazione e la contraffazione di alcuni documenti e statini paga.

La Corte di Appello, confermando quanto concluso dal giudice di prime cure, dichiarava legittimo il licenziamento e sosteneva che la contestazione era stata formulata in modo tempestivo, nonostante fossero passati alcuni mesi da quando si erano verificati i fatti, in ragione della complessità degli accertamenti svolti per arrivare alla contestazione degli inadempimenti rilevati.

Il lavoratore ricorreva in Cassazione lamentando la violazione del principio di immediatezza della contestazione disciplinare e la conseguente tardività della reazione datoriale rispetto alla loro materiale verificazione.

La Corte ha dichiarato infondato tale motivo di doglianza.

Ha infatti ribadito che il datore di lavoro ha l’obbligo di formulare l’addebito disciplinare in maniera tempestiva allorché i fatti appaiano ragionevolmente sussistenti, con l’obbligo di dimostrare le ragioni che possono aver causato il ritardo nell’avvio del procedimento disciplinare.

La Cassazione ha peraltro ricordato che “nel valutare l’immediatezza della contestazione occorre tener conto dei contrapposti interessi del datore di lavoro a non avviare procedimenti senza aver acquisito i dati essenziali della vicenda e del lavoratore a vedersi contestati i fatti in un ragionevole lasso di tempo dalla loro commissione. In particolare, perché il datore sia tenuto alla contestazione, occorre che lo stesso abbia acquisito una compiuta e meditata conoscenza dei fatti oggetto di addebito, nel bilanciamento con il diritto di difesa del lavoratore”.