martedì 2 novembre 2021

NEWSLETTER DEL 2 NOVEMBRE 2021

L’utilizzazione probatoria delle recensioni presenti su TripAdvisor al fine di dimostrare la violazione degli obblighi di lealtà e buona fede da parte del lavoratore licenziato.

(Trib. Ordinario di Alessandria, Sez. Lav., Ord. del 25 ottobre 2021)

Il Tribunale di Alessandria, sezione lavoro, con Ordinanza del 25 ottobre 2021 si è pronunciata in merito al ricorso promosso da un lavoratore avverso il licenziamento per giusta causa intimatogli dal datore di lavoro per aver svolto, durante il periodo di malattia, attività lavorativa incompatibile con lo stato morboso denunciato.

Il dipendente sosteneva l’illegittimità del licenziamento in quanto, a suo dire, non aveva svolto alcuna attività incompatibile con la malattia.

La società, assistita dallo Studio Legale Lupi & Associati, nel costituirsi in giudizio aveva evidenziato che il dipendente, nel periodo in cui era rimasto assente per malattia, aveva svolto mansioni di cuoco e di addetto al servizio ai tavoli presso la struttura ricettiva gestita dalla moglie.

A supporto della linea difensiva, la società produceva non solo le pagine di diversi siti web ove era stato pubblicizzato il servizio di ristorazione offerto dalla struttura e gestito dal dipendente malato, ma anche numerose recensioni pubblicate dagli ospiti sul portale TripAdvisor.

Dalla documentazione, che faceva inequivocabilmente riferimento al periodo di astensione per malattia contestato dalla società, emergeva che il servizio di ristorazione serale era un servizio extra offerto a pagamento agli ospiti della struttura e che le pietanze venivano preparate interamente dal ricorrente, il quale si occupava anche del servizio ai tavoli.

Il Giudice, all’esito dell’istruttoria espletata e sulla base della documentazione allegata, ha rigettato il ricorso del lavoratore, accertando lo svolgimento di tale attività lavorativa da parte del dipendente nel periodo di malattia.

Il Tribunale ha ricordato che secondo costante giurisprudenza di legittimità, il lavoratore ha l’obbligo di adottare comportamenti che non siano in contrasto con gli obblighi connessi al rapporto di lavoro e che, in generale, l’espletamento da parte del lavoratore di altra attività durante lo stato di malattia è idoneo a violare i doveri di correttezza e buona fede nell’adempimento della prestazione. Soprattutto laddove si riscontri, come nel caso di specie, che l’attività espletata costituisce indice di una scarsa attenzione del lavoratore alla propria salute e ai relativi doveri di cura, oltre che comportamento idoneo a ritardare la guarigione, senza che in alcun modo rilevi il fatto che tale attività non abbia, in concreto, ritardato il rientro.

Il Tribunale ha concluso affermando che, con la condotta in questione, che peraltro ha ritenuto di per sé sufficiente a far presumere l’inesistenza della malattia, il lavoratore ha indubbiamente violato i generali doveri di correttezza e buona fede, nonché gli specifici obblighi contrattuali di diligenza e fedeltà.

Il danno da usura psico-fisica causato dall’eccesso di lavoro straordinario.

(Cass. Civ., Sez. Lav., Sent. n. 26450 del 29 settembre 2021)

La Corte di Cassazione, con Sentenza n. 26450 del 29 settembre 2021, ha stabilito che “la prestazione lavorativa "eccedente", che supera di gran lunga i limiti previsti dalla legge e dalla contrattazione collettiva e si protrae per diversi anni, cagiona al lavoratore un danno da usura - psicofisica, di natura non patrimoniale e distinto da quello biologico, la cui esistenza è presunta nell'an in quanto lesione del diritto garantito dall'articolo 36 Cost.”.

Nel caso di specie, un lavoratore adiva l’autorità giudiziaria lamentando di aver prestato lavoro straordinario, nel periodo dal 2006 al 2008, per un numero di ore superiore ai limiti massimi previsti dalla legge e dalla contrattazione collettiva.

Il Tribunale accoglieva la richiesta del dipendente.

La Corte territoriale accoglieva la domanda del lavoratore e confermava la condanna della società al pagamento delle maggiorazioni retributive, nonché del risarcimento danni per il lavoro straordinario prestato in eccedenza.

La datrice di lavoro rimasta soccombente adiva la Suprema Corte di Cassazione sostenendo che il giudice di appello avrebbe erroneamente riconosciuto il diritto del lavoratore al risarcimento del danno non patrimoniale conseguente a prestazioni lavorative rese oltre i limiti di legge e di contratto, sebbene il lavoratore non avesse allegato alcuna prova della natura ed esistenza del danno lamentato, dell’entità dello stesso, nonché del nesso causale tra la vicenda lavorativa e lo stato di salute lamentato.

La Corte ha dichiarato infondato tale motivo di doglianza evidenziando che il lavoratore aveva dimostrato sia il numero delle ore straordinarie svolte, che il periodo di riferimento nell’arco del quale si era verificata la vicenda, dalle quali i giudici avevano rilevato, secondo un corretto ragionamento logico-giuridico, la "abnormità'" della prestazione lavorativa eseguita, tale da compromettere l’integrità psico-fisica e la vita di relazione del lavoratore.

La Cassazione ha sottolineato che la prestazione lavorativa che eccede di gran lunga i limiti previsti dalla legge e dalla contrattazione collettiva, protraendosi per diversi anni, può recare al lavoratore un danno da usura  psicofisica.

L’esistenza di tale danno, di natura non patrimoniale e distinto da quello biologico, è presunta nell'an in quanto lesione del diritto garantito dall'articolo 36 Cost., mentre ai fini della determinazione occorre tenere conto della gravità della prestazione e delle indicazioni della disciplina collettiva intesa a regolare il risarcimento in oggetto.

Reintegrazione del lavoratore: spetta il risarcimento per intero anche se il dipendente ha raggiunto l’età pensionabile.

(Cass. Civ., Sez. Lav., Ord. n. 29365 del 21 ottobre 2021)

La Corte di Cassazione, con Ordinanza n. 29365 del 21 ottobre 2021 ha ribadito il principio secondo cui “il compimento dell'età pensionabile o il raggiungimento dei requisiti per il sorgere del diritto a pensione [..], non ostano, qualora vengano a verificarsi durante la pendenza del giudizio di impugnazione del licenziamento, all'emanazione del provvedimento di reintegra del lavoratore e alla condanna del datore di lavoro al risarcimento del danno ex art. 18 st. lav. nella misura corrispondente alle retribuzioni riferibili al periodo compreso fra la data del recesso e quella della reintegrazione”.

Il principio di cui sopra è stato emesso all’esito di una lunga vicenda giudiziaria, nella quale si sono accavallati duplici procedimenti.

Più precisamente, una lavoratrice veniva licenziata nell'ambito di una procedura di licenziamento collettivo.

Agiva in giudizio contestando la legittimità del licenziamento.

Il primo giudice respingeva la domanda. La Corte d’Appello, invece, la riteneva legittima e condannava la società alla reintegrazione, nonché al pagamento dell’indennità risarcitoria, parametrata alla retribuzione globale di fatto dalla data del licenziamento fino alla reintegra.

La lavoratrice esercitava il diritto di opzione, al fine di ottenere l’indennità sostitutiva della reintegrazione.

Con separato ricorso, agiva in giudizio per reclamare il pagamento integrale dell’indennità risarcitoria disposta dal Giudice, che il datore di lavoro aveva pagato in quantità ridotta, ovvero tenendo conto solo delle somme maturate dalla data del licenziamento fino al compimento del 65° anno di età (che la dipendente aveva compiuto già nel corso del giudizio di impugnazione del licenziamento).

La vicenda è approdata in Cassazione, che ha confermato la conclusione raggiunta dal giudice d’appello secondo cui il compimento del 65° anno di età non costituisce un’automatica causa risolutiva del rapporto di lavoro.

La Corte ha infatti precisato come il raggiungimento del requisito anagrafico per la pensione in pendenza del giudizio di impugnazione del licenziamento determini soltanto “la recedibilità ad nutum dal rapporto e non già la sua automatica estinzione”. Di conseguenza, la maturazione del diritto alla pensione della lavoratrice non preclude in alcun modo la pronuncia giudiziale di reintegrazione e la condanna del datore di lavoro al risarcimento del danno in misura piena.