lunedì 8 novembre 2021

NEWSLETTER DELL'8 NOVEMBRE 2021

Se il fatto contestato è privo del carattere di illiceità è prevista la reintegrazione del lavoratore licenziato.

(Cass. Civ., Sez. Lav., Ord. n. 27938 del 13 ottobre 2021)

La Corte di Cassazione, con Ordinanza n. 27938 del 13 ottobre 2021, ha ribadito il principio secondo cui “è prevista la tutela reintegratoria di cui alla L. n. 300 del 1970, articolo 18, comma 4, non solo quando il fatto è insussistente nella sua materialità, ma anche quando sussiste ma è privo del carattere di illiceità o non è imputabile al lavoratore”.

Nel caso di specie, un lavoratore proponeva reclamo davanti alla Corte di Appello avverso la sentenza con la quale il Tribunale aveva confermato la legittimità del licenziamento per giusta causa intimatogli dalla datrice di lavoro per fatti ricollegati ad una serie di ordini d’acquisto errati su cui, a dire dell’azienda, il dipendente non aveva correttamente vigilato.

La Corte territoriale accoglieva il reclamo del dipendente e concludeva per l’illegittimità del licenziamento, sull’assunto per cui il lavoratore, in qualità di tecnico d'area, non avesse alcun potere e responsabilità in merito alla procedura d’acquisto e di approvvigionamento delle risorse.

Secondo la Corte d’appello, le attività addebitate al lavoratore erano da contestare ad altri colleghi, con conseguente illegittimità del licenziamento e condanna della società alla reintegrazione del lavoratore per totale “insussistenza del fatto contestato”.

Avverso tale decisione la società ha proposto ricorso in Cassazione, evidenziando i molteplici errori commessi dal giudice d’appello, soprattutto in merito alla valutazione dei fatti addebitati e alle responsabilità riferite al ruolo ricoperto dal dipendente.

La Corte di Cassazione, tuttavia, ha confermato la pronuncia impugnata, ritenendo corretto l’iter logico-giuridico seguito dalla Corte territoriale, anche in punto di valutazione dei fatti emersi dall’istruttoria, nonché di applicazione del principio per cui ricorre la tutela reintegratoria di cui all'art. 18 comma 4, Stat. Lav. tutte le volte in cui, come nel caso di specie, risulti che il fatto posto alla base del licenziamento risulti inesistente o non riferibile alla condotta del lavoratore licenziato.

Il licenziamento per giusta causa del lavoratore che pubblica post offensivi sul datore di lavoro sul proprio profilo Facebook.

(Cass. Civ., Sez. Lav., Sent. n. 27939 del 13 ottobre 2021)

La Corte di Cassazione, con la Sentenza n. 27939 del 13 ottobre 2021, si è pronunciata sul ricorso presentato dal lavoratore licenziato per giusta causa dopo aver pubblicato su Facebook un commento ritenuto offensivo nei confronti della società datrice di lavoro.

In particolare, un dipendente aveva ricorso in Cassazione avverso la sentenza della Corte di Appello di Roma che, confermando la decisione già emessa in primo grado dal Tribunale, concludeva per la legittimità del licenziamento intimato dalla datrice di lavoro in quanto la condotta del dipendente integrava senz’altro gli estremi della grave insubordinazione, stante il contenuto gravemente offensivo e sprezzante del post pubblicato sul proprio profilo Facebook nei confronti dei responsabili aziendali.

Il lavoratore lamentava l’illegittima acquisizione da parte della società dei post presenti sulla propria pagina Facebook, destinati esclusivamente alla comunicazione con i propri “amici” e pertanto riservati, nonché l’erronea qualificazione della condotta nei termini della grave insubordinazione.

La Corte di Cassazione, nel confermare il licenziamento, ha sottolineato la differenza tra i messaggi scambiati in una chat privata e quelli diffusi pubblicamente sul social network, evidenziando che solo nei confronti dei primi può essere accordata un’esigenza di tutela della libertà e della segretezza dei contenuti.

Anzi, per la Corte, una simile condotta è da qualificare senz’altro alla stregua di una grave insubordinazione, trattandosi di nozione dal significato molto ampio, in cui può rientrare qualsiasi tipologia di comportamento del dipendente che sia suscettibile di incidere sull’esecuzione e sul regolare svolgimento della prestazione lavorativa, come inserita nell’organizzazione aziendale, nonché dell’ordine e della disciplina. In particolare, la Corte evidenziava che la critica rivolta ai superiori con modalità esorbitanti può essere suscettibile di arrecare pregiudizio all’organizzazione aziendale, dal momento che l’efficienza di quest’ultima riposa sull’autorevolezza di cui godono i suoi dirigenti e la stessa risente un indubbio pregiudizio ove il lavoratore attribuisca loro qualità manifestatamente disonorevoli.

La modifica del piano industriale costituisce estrinsecazione della libertà di iniziativa economica e non integra di per sé gli estremi di una condotta antisindacale.

(Tribunale di Napoli, Decreto del 3 novembre 2021)

Il Tribunale di Napoli, con Decreto del 3 novembre 2021 ha affermato che non costituisce condotta antisindacale la scelta di un’azienda di cessare l’attività produttiva di uno stabilimento in occasione della modifica del piano industriale, fintantoché tale condotta non si caratterizzi per la violazione dei criteri di buona fede e correttezza e non si sostanzi in una lesione dell’immagine del sindacato e delle sue prerogative.

La pronuncia in commento è stata emessa nell’ambito di un giudizio ex art. 28 Stat. Lav. promosso da alcune associazione sindacali nei confronti di una nota multinazionale americana al fine di ottenere la revoca della procedura di licenziamento collettivo avviata dall'azienda nei confronti dei lavoratori di dello stabilimento di Napoli in seguito alla fine del divieto di licenziamento.

In particolare, le ricorrenti lamentavano la violazione da parte dell’azienda degli impegni assunti nell’ipotesi di Accordo Quadro relativa al piano industriale del triennio 2019/2021, tra cui quello di non ricorrere ai licenziamenti collettivi fino alla fine del 2021; secondo le OO.SS. ricorrenti, la parziale attuazione del piano industriale avrebbe leso l’immagine pubblica dei sindacati, minando la credibilità e l’affidabilità del ruolo ricoperto nelle attività di concertazione.

L’azienda si costituiva in giudizio rilevando la natura meramente programmatica e non vincolante del piano industriale. La stessa chiedeva, pertanto, il rigetto del ricorso, in considerazione della correttezza del proprio operato e del continuo coinvolgimento di tutte le sigle sindacali prima di determinarsi nell’avvio della procedura di licenziamento collettivo.

Il Tribunale di Napoli ha rigettato il ricorso proposto dalle sigle sindacali sostenendo che la società non avrebbe leso alcuna prerogativa sindacale  in quanto “il piano industriale non è fonte diretta di obblighi nei confronti delle parti sociali, ma piuttosto costituisce un documento che illustra in termini qualitativi e quantitativi le intenzioni del management relative alle strategie competitive dell’azienda, le azioni cioè che saranno realizzate per il raggiungimento degli obiettivi strategici al fine di ottenere la fiducia sullo stesso”.

Ad avviso del Giudice, la modifica del piano industriale costituisce “estrinsecazione del diritto di libertà di iniziativa economica previsto in Costituzione che, sebbene possa subire limiti per esigenze di carattere sociale, non può essere vincolato se non per volontà dell’avente diritto”.