lunedì 15 novembre 2021

NEWSLETTER DEL 15 NOVEMBRE 2021

Sciopero “pignolo” e inadempimento della prestazione.

(Trib. Forlì, Sez. Lav., Sent. n. 147 del 22 giugno 2021)

Il Tribunale di Forlì, Sezione Lavoro, con Sentenza n. 147 del 22 giugno 2021, si è pronunciato in merito al ricorso presentato da un lavoratore avverso il licenziamento per scarso rendimento intimatogli dalla società datrice di lavoro, secondo la quale il dipendente aveva volontariamente posto in essere una serie di comportamenti pretestuosi, consistiti nel continuo astenersi dall’attività lavorativa al fine di pregiudicarne il normale svolgimento.

Il lavoratore, già nell’ambito del procedimento disciplinare, si era difeso sostenendo che la continua astensione dall’attività lavorativa durante il turno di lavoro, che aveva determinato i ritardi nell’esecuzione dell’attività lavorativa, era dipesa dalla necessità di dover dare esecuzione a precise direttive aziendali interne in materia di sicurezza.

Aveva quindi impugnato il licenziamento lamentando il carattere ritorsivo del provvedimento per ragioni di appartenenza sindacale.

Il datore di lavoro resisteva in giudizio ribadendo la legittimità del licenziamento intimato stante la gravità della condotta del lavoratore, intenzionalmente mirata a creare un danno all’azienda e a recare gravi disagi all’organizzazione del lavoro.

Il Giudice adito ha concluso per la legittimità del licenziamento sostenendo che non può ricondursi alla nozione di legittima astensione dal servizio, e quindi di sciopero, “l’applicazione cavillosa di direttive in materia di sicurezza, che deve essere valutata rispetto alla diligenza e alla buona fede prescritte per l’adempimento della prestazione […] la non collaborazione, l’ostruzionismo e il cosiddetto sciopero pignolo o alla rovescia, consistente nell’applicazione pedante e cavillosa di direttive e regolamenti, costituiscono condotte diverse dalla mera astensione dal lavoro e, quindi, non riconducibili alla nozione di sciopero, bensì da valutarsi nella prospettiva del corretto adempimento della prestazione effettivamente dovuta in base alla prescritta diligenza e buona fede: deve dunque ritenersi legittimo il licenziamento per giusta causa adottato nei confronti del lavoratore che rallenta la produzione per mettere in difficoltà il preposto dovendosi ritenere grave il fatto in quanto dimostra il pieno disinteresse del lavoratore per le ragioni dell’impresa”.

Niente indennizzo INAIL per malattia ed invalidità per l’infortunio occorso durante la cd. pausa caffè.

(Cass. Civ., Sez. Lav., Ord. n. 32473 del 08 novembre 2021)

La Corte di Cassazione, con Ordinanza n. 32473/2021, ha affermato che “ai fini dell'indennizzabilità dell'infortunio ai sensi del D.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124, art. 2 mentre non è strettamente necessaria la circostanza che esso si sia verificato nel tempo e nel luogo della prestazione lavorativa, occorre tuttavia che sussista sempre un nesso eziologico fra attività lavorativa e rischio assicurato, nel senso che il rischio indennizzabile a norma della legge citata, anche se non è quello insito nelle mansioni svolte dall'assicurato (c.d. rischio specifico), non può comunque essere totalmente estraneo all'attività lavorativa, come nel caso di rischio elettivo, scaturito cioè da una scelta arbitraria del lavoratore il quale, mosso da impulsi personali, crei ed affronti volutamente una situazione diversa da quella inerente l'attività lavorativa, ponendo così in essere una causa interruttiva di ogni nesso fra lavoro, rischio ed evento”.

Nel caso di specie, una lavoratrice agiva in giudizio al fine di ottenere dall’INAIL l’indennità di malattia per inabilità assoluta temporanea e l’indennizzo per il danno permanente riportato a seguito di un infortunio verificatosi mentre si allontanava dall’ufficio per effettuare la cd. pausa caffè.

L’istituto aveva rigettato la richiesta della lavoratrice sostenendo l’insussistenza del nesso tra l’attività lavorativa e l’evento subito.

La Corte d’Appello di Firenze, confermando la sentenza del Tribunale, accoglieva parzialmente la domanda della lavoratrice, sull’assunto per cui la pausa era stata autorizzata dal datore di lavoro e il servizio “bar” era assente all’interno dell’ufficio.

La Corte di Cassazione ha invece accolto le argomentazioni offerte dall’INAIL evidenziando che, ai fini dell’indennizzabilità dell’infortunio occorso in occasione di lavoro, deve sempre sussistere un nesso eziologico tra lavoro e rischio, in ragione del quale la prestazione lavorativa, pur non determinando direttamente il verificarsi dell’evento, imponga l’esposizione al rischio da parte dell’assicurato. Deve ritenersi, dunque, in tali termini indennizzabile il danno da “rischio improprio” (ossia derivante da attività connesse a quella lavorativa), ma non quello c.d. “elettivo”, scaturito cioè da una scelta arbitraria del lavoratore, che, mosso da impulsi personali, affronti volutamente una situazione diversa da quella inerente all’attività lavorativa.

Ad avviso della Corte, nel caso di specie, la lavoratrice si era volontariamente esposta ad un rischio non necessariamente connesso all’attività lavorativa, interrompendo il nesso tra attività lavorativa e incidente, e a nulla poteva rilevare l’autorizzazione del datore di lavoro, non potendosi ritenere che una mera prassi o forma di accordo sia idonea ad allargare l’area oggettiva di operatività della nozione di “occasione di lavoro”.

Licenziamento per giustificato motivo oggettivo: la “manifesta insussistenza del fatto” si verifica solo in assenza dei presupposti di legittimità del recesso.

(Cass. Civ., Sez. Lav., Ord. 14 ottobre 2021, n. 28174)

La Corte di Cassazione, con Ordinanza n. 28174 del 14 ottobre 2021, ha ribadito il principio secondo cui “L'insufficienza probatoria in ordine ai due requisiti costitutivi del licenziamento per giustificato motivo oggettivo – ossia sussistenza della ragione inerente l'attività produttiva, l'organizzazione del lavoro e il regolare funzionamento di essa e del nesso di causalità con il recesso intimato nonché adempimento dell'obbligo di "repêchage" – non è sussumibile nell'alveo della manifesta insussistenza del "fatto", [..] che va riferita solo ad una evidente, e facilmente verificabile sul piano probatorio, assenza dei presupposti di legittimità del recesso”.

Nel caso di specie, un lavoratore aveva impugnato il licenziamento per GMO intimatogli dalla datrice di lavoro sostenendo che la società avesse commesso una chiara violazione dei criteri di buona fede e correttezza nella scelta dei lavoratori destinatari dei licenziamenti intimati.

Il lavoratore ricorreva davanti alla Corte di Appello, che confermando la sentenza del Tribunale, dichiarava illegittimo il licenziamento ma si limitava a condannare la società al pagamento di un’indennità risarcitoria e non a reintegrare il lavoratore illegittimamente estromesso.

La Corte d’appello ha espressamente escluso la ricorrenza della manifesta insussistenza del fatto, alla luce di un quadro probatorio da cui era emersa la sussistenza di elementi idonei a giustificare il recesso.

Il lavoratore proponeva ricorso in Cassazione sostenendo l’erroneità della pronuncia d’appello nella parte in cui era stata esclusa la "manifesta insussistenza del fatto" sulla base di elementi contabili che non esistevano al momento del licenziamento.

La Corte di Cassazione ha però confermato la pronuncia d’appello evidenziando che la “manifesta insussistenza del fatto” ricorre solo in caso di totale assenza dei presupposti di legittimità̀ del recesso, ovvero “solo in ipotesi residuali, che fungono da eccezione, nelle quali l'insussistenza del fatto posto a base del licenziamento è connotata di una particolare evidenza”.