lunedì 20 dicembre 2021

NEWSLETTER DEL 20 DICEMBRE 2021

Il principio di immediatezza della contestazione disciplinare deve sempre essere inteso in senso relativo.

(Cass. Civ., Sez. Lav., Sent. n. 30809 del 29 ottobre 2021)

La Corte di Cassazione con la Sentenza n. 30809 del 29 ottobre 2021 ha ribadito che: “E' noto che la ragione giustificativa della regola di immediatezza (del licenziamento e della contestazione) sia individuata nella connessione dell'onere di tempestività al principio di buona fede oggettiva e più specificamente al dovere di non vanificare la consolidata aspettativa, generata nel lavoratore, di una rinuncia datoriale all'esercizio del potere disciplinare”.

Nel caso di specie, un lavoratore impugnava giudizialmente il licenziamento irrogatogli il 23 marzo 2017 per avere fatto, il 10 ottobre 2016, indebito rifornimento di carburante alla propria autovettura in un’area non autorizzata dello stabilimento della Società datrice di lavoro.

In particolare, il licenziamento veniva irrogato a seguito della ricezione da parte della datrice di lavoro di una segnalazione anonima con la relativa videoregistrazione a cui faceva seguito l’avvio di specifiche indagini interne volte ad accertare la condotta del dipendente.

Il licenziamento veniva confermato sia in primo grado che in sede di appello.

Infatti, la Corte territoriale riteneva, come già il Tribunale, integrati gli estremi della giusta causa di licenziamento per l’irrimediabile lesione del rapporto di fiducia tra le parti, tenuto anche conto del ruolo aziendale del lavoratore che era investito del compito di controllo dei dipendenti del reparto.

Il dipendente ricorreva per cassazione contestando, visto il tempo trascorso tra il verificarsi dell’illecito e l’avvio del procedimento disciplinare, la tardività della contestazione disciplinare.

La Corte di Cassazione rigettava il ricorso sottolineando che la tempestività della contestazione si declina in senso relativo, incidendo su essa varie motivazioni, come ad esempio la complessità della struttura organizzativa dell’impresa o la necessità di tempo aggiuntivo per effettuare ulteriori indagini di accertamento dell’illecito disciplinare.

La valutazione di dette circostanze è riservata in via esclusiva al giudice di merito e, se non sussistono vizi logici ed è sorretta, come nel caso in esame, da adeguata motivazione, non può essere sindacata in sede di legittimità.

Inoltre, il Giudice di legittimità ribadiva che il principio dell’immediatezza trova la sua ratio nella necessità di rispettare, nell’attuazione del rapporto di lavoro, le regole della buona fede e della correttezza, e di scongiurare il rischio che un ritardo nella comunicazione del provvedimento disciplinare possa rendere difficile per il lavoratore difendersi o perpetuare l'incertezza sulla sorte del rapporto.

Nel caso di specie questi pericoli non si erano verificati e il licenziamento, dunque, doveva considerarsi legittimo.

L’omessa verifica relativa al possesso del DURC da parte della società appaltatrice fa scattare la responsabilità penale del committente.

(Cass. Pen., Sez. III, Sent. n. 43604 del 26 novembre 2021)

Nel 2015 il personale della Direzione Provinciale del Lavoro, durante un’ispezione presso un cantiere in cui erano in corso lavori di costruzione di un fabbricato, rilevava la presenza di alcuni operai dipendenti di un’impresa appaltatrice la quale aveva cessato il versamento dei contributi dovuti all’INPS da ben due anni, risultando, conseguentemente, sprovvista del DURC.

L’amministratore della società committente veniva ritenuto colpevole, dal Tribunale di Ascoli Piceno, del reato di cui al d.lgs. n. 81 del 2008, articolo 90, comma 9, lett. a), per esser venuto meno all’obbligo di verificare l’idoneità professionale dell’impresa esecutrice in relazione ai lavori alla stessa affidati, eventualmente anche solo richiedendo la presentazione del certificato di iscrizione alla Camera di commercio e del Documento Unico di Regolarità Contributiva (DURC).

L’amministratore proponeva appello avverso la sentenza del Tribunale marchigiano, poi convertito in ricorso per cassazione, dolendosi, in particolar modo, della mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto di cui all’articolo 131-bis c.p.

La Corte di Cassazione dichiarava l’impugnazione inammissibile, statuendo che il giudizio di colpevolezza doveva ritenersi legittimo in quanto, nel caso di specie, il ricorrente non aveva accertato che l’impresa affidataria dei lavori non presentava la necessaria idoneità tecnico-professionale, non essendo in possesso del DURC a causa del mancato pagamento dei contributi previdenziali in favore dei propri dipendenti.

La Suprema Corte sottolineava, poi, che il giudice monocratico aveva, correttamente, giustificato il diniego delle attenuanti generiche, valorizzando in senso ostativo sia i precedenti penali dell’imputato per reati della stessa indole, sia la particolare “gravità del fatto”. Pertanto, la Corte statuiva che la doglianza sollevata andava rigettata, “a fronte di una sentenza (di primo grado) che, nel suo percorso argomentativo, aveva nel complesso rimarcato l’offensività del fatto, consistito del resto nell'omesso controllo da parte dell'imputato di un aspetto (ovvero l'adeguatezza professionale dell'impresa incaricata di determinati lavori) non proprio insignificante e non privo di possibili ripercussioni nell'ottica della prevenzione degli infortuni sul lavoro”.

La Corte dichiarava così che la verifica del DURC rappresenta un adempimento a carico del committente caratterizzato da un’elevata valenza sul piano antinfortunistico, poiché costituisce uno dei requisiti necessari ai fini dell’accertamento del possesso della necessaria idoneità tecnico-professionale dell’impresa appaltatrice.

È legittimo il trasferimento d’azienda infragruppo anche qualora determini l’applicazione di una disciplina più sfavorevole per i lavoratori ceduti.

(Cass. Civ., Sez. Lav., Ord. n. 37291 del 29 novembre 2021)

La Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, con l’Ordinanza n. 37291 del 29 novembre 2021, ha ribadito il principio secondo cui “l'esistenza di un collegamento economico-funzionale tra imprese gestite da società del medesimo gruppo non è idoneo, di per sé, a far venire meno l'alterità dei soggetti giuridici e a configurare un unico centro di imputazione dei rapporti di lavoro, occorrendo a tal fine altri requisiti, individuati in indici di simulazione o preordinazione in frode alla legge del frazionamento di un'unica attività fra i vari soggetti del collegamento economico”.

Nel caso di specie, i lavoratori coinvolti in una cessione di ramo d’azienda, al fine di evitare l’applicazione nei loro confronti del contratto collettivo applicato dalla cessionaria, complessivamente più sfavorevole per i lavoratori rispetto a quello della cedente, contestavano la legittimità della suddetta cessione sostenendo che fosse ostativa alla fattispecie della cessione la circostanza che la società cedente fosse controllata dalla cessionaria.

Il Giudice di primo grado accoglieva il ricorso e dichiarava l’illegittimità del trasferimento.

La Corte d’Appello di Cagliari, in riforma della pronuncia del Giudice di prima istanza, accertava la legittimità del trasferimento infragruppo ed escludeva che potesse ritenersi in frode alla legge la volontà di regolare i rapporti di lavoro dei dipendenti ceduti in base a un contratto collettivo complessivamente più sfavorevole per gli stessi.

I dipendenti, dunque, ricorrevano in Cassazione la quale escludeva che l’esistenza di un collegamento societario tra cedente e cessionario potesse considerarsi ostativo ai fini dell’applicazione dell’art. 2112 c.c.

La Suprema Corte, infatti, precisava che anche nell’ambito di gruppi societari non si configura automaticamente un unico centro di imputazione dei rapporti di lavoro, essendo necessario, a tal fine, la sussistenza di altri requisiti, quali “indici di simulazione o preordinazione in frode alla legge del frazionamento di un’unica attività fra i vari soggetti del collegamento economico» o nella «mera apparenza della pluralità di soggetti giuridici a fronte di un’unica sottostante organizzazione di impresa, intesa come unico centro decisionale”.

Pertanto, a prescindere dall’appartenenza o meno della cedente e della cessionaria ad un unico gruppo, in assenza dei suddetti requisiti, l’operazione posta in essere configurerà una legittima cessione di ramo d’azienda, con la conseguenza che ai rapporti di lavoro con il nuovo datore di lavoro si applicheranno le condizioni di lavoro previste dal contratto collettivo applicato dal cessionario, anche qualora queste siano peggiorative rispetto al CCNL applicato dal cedente.

La Corte, dunque, ha rigettato il ricorso e confermato la sentenza impugnata.