lunedì 30 maggio 2022

NEWSLETTER DEL 30 MAGGIO 2022

L’informatore scientifico può essere un agente di commercio.

(Corte di Appello di Venezia, Sez. Lav. Sent. del 13 aprile 2022, n. 231)

 

La Corte d’Appello di Venezia ha confermato la genuinità della natura autonoma del rapporto di agenzia intercorso tra una società Mandante e un agente/informatore scientifico del farmaco, ritenendo inapplicabile la disciplina di cui all’art. 2 del D.lgs. n. 81/2015, in mancanza di un coordinamento imposto dall’esterno (etero-organizzazione): “una volta ricondotta la etero-organizzazione ad elemento di un rapporto di collaborazione funzionale con l'organizzazione del committente, così che le prestazioni del lavoratore possano, secondo la modulazione unilateralmente disposta dal primo, opportunamente inserirsi ed integrarsi con la sua organizzazione di impresa, si mette in evidenza (nell'ipotesi dell'art. 2 d.lgs. n. 81 del 2015) la differenza rispetto ad un coordinamento stabilito di comune accordo dalle parti che, invece, nella norma in esame, è imposto dall'esterno, appunto etero-organizzato”.

Nel caso di specie, un agente e informatore scientifico del farmaco impugnava il recesso per giusta causa esercitato dalla società mandante - assistita e difesa dallo Studio Lupi & Associati - per aver negligentemente custodito alcuni campioni medicinali.

In particolare, l’agente qualificava il recesso quale vero e proprio licenziamento, sulla base dell’asserita natura subordinata del rapporto.

Il Tribunale, sia nella fase c.d. Fornero, che nella fase di opposizione, rigettava tutte le domande formulate dall’agente/informatore, escludendo la natura subordinata del rapporto e confermando la legittimità del recesso.

L’agente adiva la Corte d’Appello, sostenendo che il rapporto di agenzia fosse, in realtà, una collaborazione organizzata dal committente, anche in riferimento ai tempi e ai luoghi di lavoro, con conseguente (automatica) applicazione della disciplina del lavoro subordinato ex art. 2 D.lgs. n. 81 del 2015.

Il ricorrente asseriva, infatti, che la Mandante, attraverso specifiche e costanti direttive, coordinasse ed organizzasse unilateralmente le modalità di svolgimento della prestazione di lavoro.

Tuttavia, la Corte di Appello, in difetto di “chiari riferimenti sia dell’etero-direzione ma anche alla sola etero-organizzazione (ossia uno degli indici che determinano l’applicazione della disciplina della subordinazione)”, ha affermato che, nel caso di specie, “non vi era un’indicazione unilaterale in ordine alle modalità di svolgimento dell’attività dell’informatore”, ma un semplice coordinamento stabilito di comune accordo tra le parti, non sufficiente a fondare l’applicazione della disciplina del lavoro subordinato.

La Corte di Appello, appurata la natura autonoma del rapporto e confermata la piena legittimità del recesso esercitato dalla Mandante, ha rigettato integralmente il reclamo dell’agente.

 

La pronuncia della Corte Costituzionale sul requisito della “manifesta” insussistenza del fatto.

(Corte. Cost., Sent. n. 125 del 7 aprile 2022)

 

La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 125 del 7 aprile 2022, si è espressa sulla legittimità costituzionale dell’articolo 18, co. 7, della L. 300/1970, nella parte in cui, in caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, prevede la reintegra solo nell’ipotesi di “manifesta” insussistenza del fatto posto a fondamento del recesso.

La questione di legittimità costituzionale veniva sollevata dal Tribunale di Ravenna, nell’ambito di un giudizio di impugnazione del licenziamento per giustificato motivo oggettivo.

Il Tribunale osservava che il requisito della “manifesta” insussistenza del fatto poteva dare adito a incertezze applicative, sia in punto di ingiustificata ed illegittima differenziazione tra il licenziamento per giustificato motivo oggettivo e quello per giusta causa o per giustificato motivo soggettivo, che in punto di relativo onere probatorio: solo nel primo caso, infatti, sarebbe stata necessaria la dimostrazione di una “manifesta” insussistenza del fatto ai fini della reintegrazione.

Per tali motivi, secondo il Tribunale, tale criterio doveva ritenersi illogico e irragionevole, in quanto, nel cagionare l’inversione dell’onere della prova in capo al lavoratore, avrebbe imposto un immotivato aggravio della posizione giudiziale di quest’ultimo, che, pur estraneo alle circostanze di fatto, avrebbe dovuto dimostrarne la manifesta insussistenza. 

La Corte Costituzionale, investita della questione, ha preliminarmente ricordato come il legislatore, nel dare attuazione ai principi costituzionali a tutela della legittimità dei licenziamenti, sia vincolato al rispetto dei principi di eguaglianza e ragionevolezza, appurando, di conseguenza, come il requisito del carattere “manifesto” dell’insussistenza del fatto presentasse chiari profili di irragionevolezza intrinseca.

Infatti, secondo la Corte, esso deve ritenersi, innanzitutto, indeterminato, in quanto demanda al giudice una valutazione sfornita di ogni criterio direttivo e, per di più, priva di un plausibile fondamento empirico.

Inoltre, a detta della Corte, l’irragionevolezza del presupposto in disamina risiede, altresì, nella mancata attinenza con il disvalore del licenziamento, il quale non può ritenersi logicamente più grave se l’accertamento giudiziale della relativa illiceità risulti più rapido e agevole.

Pertanto, la Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale, limitatamente alla presenza della parola “manifesta”, del co. 7 dell’art. 18 della L. 300/1970.

Per l’effetto, ai fini della reintegrazione del lavoratore licenziato per giustificato motivo oggettivo, sarà oggi necessario verificare il solo requisito dell’insussistenza del fatto, a prescindere dal carattere manifesto, o meno, del medesimo.

 

È nullo il verbale di conciliazione se il sindacalista non appartiene alla sigla a cui il lavoratore è iscritto.

(Tribunale di Bari, Sent. del 6 aprile 2022)

 

Il Tribunale di Bari, con sentenza del 6 aprile 2022, ha affermato il principio secondo cui “al fine di verificare che l'accordo sia raggiunto con un'effettiva assistenza del lavoratore da parte di esponenti della propria organizzazione sindacale occorre valutare se, in base alle concrete modalità di espletamento della conciliazione, sia stata correttamente attuata quella funzione di supporto che la legge assegna al sindacato nella fattispecie conciliativa (…) E' comunque indispensabile l'appartenenza del rappresentante sindacale all'organizzazione cui aderisce il lavoratore”.

Nel caso di specie, una lavoratrice impugnava il verbale di conciliazione sindacale sottoscritto con il proprio datore di lavoro, sostenendone la nullità in quanto firmato in presenza di un sindacalista estraneo alla sigla presso cui era iscritta, nonché unicamente stipulato su impulso unilaterale del datore di lavoro, in assenza, pertanto, di una volontà condivisa.

Il Tribunale di Bari ha accolto il ricorso dalla lavoratrice, affermando che l’accordo impugnato non poteva neppure qualificarsi come atto di transazione, stante l’assenza del requisito delle “reciproche concessioni”: di fronte alle rinunce della lavoratrice non corrispondeva alcuna reale e contrapposta rinuncia da parte del datore di lavoro.

Inoltre, il Tribunale ha affermato che la validità (e il regime di inoppugnabilità) del verbale di conciliazione firmato in sede protetta presuppone che il rappresentante sindacale - davanti al quale le parti sottoscrivono l'accordo transattivo - appartenga all’organizzazione sindacale presso cui è iscritto il lavoratore, a garanzia dell’effettività della tutela e dell’assistenza prestata.

Sulla base di tali considerazioni, il Tribunale ha affermato che “non paiono sussistere preclusioni all'impugnativa della conciliazione, atteso che quest'ultima risultava essere priva dei caratteri prescritti dalla legge ai fini della sua intangibilità”.