giovedì 31 ottobre 2019

Offese sui social network: per la Procura di Roma non è diffamazione

Le offese sui social non costituiscono reato: è quello che si evince dalla richiesta di archiviazione depositata alcuni giorni fa dalla Procura della Repubblica di Roma.

Tutto nasce dalla diatriba tra due personaggi dello show business italiano culminata con un tweet al vetriolo: "Io ve lo dico da anni che sono due idioti palloni gonfiati irrispettosi della vita delle persone e degli animali. Per far parlare di loro non sanno più cosa inventarsi. Fare una festa a casa era troppo normale, altrimenti chi glieli mette i like”.

Immediata la querela da parte degli offesi: questi ultimi hanno sottolineato la lesività del tweet specie in considerazione dell’elevato numero di utenti presenti sul social network, nonché il superamento da parte dell’autore dei limiti del diritto di critica.

Il P.M. ha deciso di archiviare il caso, sostenendo che seppur i termini scurrili e denigratori utilizzati dal querelato possano in astratto integrare il reato di diffamazione, nel contesto in cui vengono utilizzati (i social) devono considerarsi privi di offensività.

Tutti i più noti quotidiani nazionali hanno ripreso le motivazioni del P.M. che, è innegabile, possono suscitare non poche perplessità: al giorno d’oggi sulle piattaforme social un numero illimitato di utenti appartenenti a tutte le classi sociali e livelli culturali, trovano la possibilità di sfogare la propria rabbia e frustrazione, scrivendo e condividendo fuori da ogni controllo qualunque cosa.

Ma il contesto dei social, sempre secondo il P.M., è privo dell'autorevolezza tipica delle testate giornalistiche o di altre fonti accreditate e, di conseguenza, non sarebbe idoneo a ledere la reputazione altrui in quanto frivolo e poco credibile.[1].

Una decisione che di certo non può passare inosservata e che parrebbe di fatto quasi autorizzare l’uso di un linguaggio ineducato sui social e legittimare il comportamento irrispettoso e persino violento dei c.d. “leoni da tastiera”.

I legali dei querelanti si sono immediatamente opposti all’archiviazione e ora si attende il responso del G.I.P.  

 

 

[1] Fonte: 1) articolo del 23 ottobre 2019 de “Il Tempo”; 2) articolo del 23 ottobre 2019 de “Il Fatto Quotidiano”.