martedì 5 novembre 2019

Lecite le telecamere nascoste sul luogo di lavoro, solo come extrema ratio. (Grande Camera della Corte di Strasburgo, Sentenza del 17 ottobre 2019)

Un datore di lavoro può installare delle telecamere nascoste per la videosorveglianza senza avvertire i propri dipendenti, qualora abbia il fondato sospetto che questi lo stiano derubando e che i loro atti illeciti causino un danno all’azienda.

Lo ha stabilito la Grande Camera della Corte di Strasburgo, con sentenza del 17 Ottobre 2019, secondo la quale è legittimo, e non lesivo del diritto alla privacy, il comportamento del proprietario di un supermercato spagnolo, il quale ha licenziato alcuni addetti alle casse, dopo aver filmato gli stessi mentre rubavano la merce aziendale.

I dipendenti, una volta licenziati, hanno lamentato violazione e mancata tutela del loro diritto al rispetto della vita privata garantito dall’articolo 8 della Cedu.

La Corte di Strasburgo, tuttavia, ha ritenuto che non vi sia stata alcuna violazione dell’art. 8, ritenendo il fondato sospetto di furto da parte dei dipendenti una valida giustificazione alla mancata informativa preventiva ai dipendenti circa l’installazione della videosorveglianza.

La Corte ha poi fissato dei precisi parametri per valutare se le misure di videosorveglianza disposte nei luoghi di lavoro siano proporzionali.

In particolare, essa ha stabilito che le autorità nazionali sono tenute a garantire un “giusto equilibrio” tra gli interessi in gioco, ossia l’esigenza di proteggere i propri beni ed il buon funzionamento dell’attività economica da un lato ed il rispetto della privacy dall’altro.

La Corte ha ritenuto che, nel caso in esame, tale giusto equilibrio sia stato garantito e che la mancata informazione preliminare ai dipendenti sull’installazione delle telecamere, fosse giustificata dai ragionevoli sospetti sulle gravi irregolarità compiute dagli stessi oltre che dall’entità delle perdite economiche da loro causate.

Su tale sentenza si è espresso anche il Garante Italiano della Privacy, affermando che: “La sentenza della Grande Camera della Corte di Strasburgo se da una parte giustifica, nel caso di specie, le telecamere nascoste, dall'altra conferma però il principio di proporzionalità come requisito essenziale di legittimazione dei controlli in ambito lavorativo. [...] La videosorveglianza occulta è, dunque, ammessa solo in quanto extrema ratio, a fronte di "gravi illeciti" e con modalità spazio-temporali tali da limitare al massimo l'incidenza del controllo sul lavoratore. Non può dunque diventare una prassi ordinaria.

Il requisito essenziale perché i controlli sul lavoro, anche quelli difensivi, siano legittimi resta dunque, per la Corte, la loro rigorosa proporzionalità e non eccedenza...”

La sentenza di Strasburgo, dunque, non dovrebbe incidere sulla normativa italiana in materia di videocontrolli, considerati leciti solo a determinate condizioni, e per la quale fa da punto di riferimento l’art. 4 dello Statuto dei lavoratori, come modificato dal D.lgs. n. 151/15.

Del resto la Corte Suprema ha da anni espresso il seguente principio consolidato, in qualche modo anticipatorio del principio espresso dalla CEDU:

Le norme poste dagli artt. 2 e 3 della legge 20 maggio 1970, n. 300 a tutela della libertà e dignità del lavoratore non escludono il potere dell'imprenditore, ai sensi degli artt. 2086 e 2104 cod. civ., di controllare direttamente o mediante la propria organizzazione gerarchica l'adempimento delle prestazioni lavorative e quindi di accertare mancanze specifiche dei dipendenti già commesse od in corso di esecuzione indipendentemente dalle modalità di controllo, che può avvenire anche occultamente e a distanza di tempo dall'inizio del rapporto lavorativo senza che vi ostino né il principio di buona fede né il divieto di cui all'art. 4 dello Statuto dei lavoratori, ben potendo il datore di lavoro decidere autonomamente come e quando compiere il controllo ed essendo il prestatore d'opera tenuto ad operare diligentemente per tutto il corso del rapporto di lavoro” (Corte di Cassazione, Sez. lavoro, 22/11/2012, n. 20613; Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, 10/07/2009, n. 16196; in tal senso, vedi anche Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, 12/6/2002 n. 8388; Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, 5/5/2000 n. 5629; Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, 17/10/1998 n. 10313”

Ciò non significa, beninteso che sia possibile porre in essere sistematiche indagini intrusive sul comportamento dei dipendenti.

In altre decisioni, La Corte di Cassazione ha ben chiarito che tali iniziative possono essere poste in essere quando esistano indizi tali da legittimare il sospetto di una condotta gravemente infedele del dipendente.