giovedì 12 dicembre 2019

Leasing: Primi orientamenti giurisprudenziali sull’applicazione della Legge 124/2017 (Trib. Bergamo Sez. IV Sent., 12/09/2019)

In materia di leasing, nella giurisprudenza di merito e di legittimità si stanno finalmente delineando i primi netti orientamenti sull’applicazione della L. 124/2017, non solo per i contratti sorti successivamente al settembre 2017, ma anche per tutti quelli che in tale data non avevano ancora esaurito i loro effetti negoziali.

Nel caso di specie, la concedente, come reazione all’ingiustificata interruzione dei pagamenti dei canoni periodici da parte dell’utilizzatore, aveva risolto il contratto e posto in essere due separate azioni per il recupero del proprio credito avanti alle competenti autorità:

- un primo procedimento atto al recupero dell’insoluto e degli interessi di mora maturati;

- un secondo procedimento, a distanza di alcuni anni, per recuperare la penale contrattuale e le spese di manutenzione del bene (sostenute tra la restituzione e la vendita dello stesso), al netto del prezzo incassato.

A quest’ultima azione si opponeva il debitore, sostenendo la nullità della clausola penale per contrarietà all’art. 1526 cod. civ., a suo dire, norma imperativa in materia di leasing.

Il Tribunale adito ha rigettato l’eccezione di parte opponente, considerata infondata e in contrasto con quanto disposto in materia di locazione finanziaria dalla Legge n. 124/2017: “con riguardo ai contratti stipulati prima della entrata in vigore della L. n. 124 del 2017, pur se non si accolga la tesi della applicazione analogica di essa, il tema della verifica della legittimità delle clausole che disciplinano le conseguenze della risoluzione per inadempimento dell'utilizzatore - specie se tali clausole siano formulate in modo da consentire all'utilizzatore la detrazione del corrispettivo di riallocazione del bene - deve comunque essere affrontato nell'ottica della eventuale riduzione delle penali eccessive e non in quella del giudizio di validità della pattuizione”.

Il Giudice per la decisione ha aderito all’orientamento tracciato dalla Suprema Corte con la recente sentenza n. 18543/2019, secondo cui non solo deve ormai considerarsi assolutamente superata la tesi dell’applicazione analogica dell’art. 1526 cod. civ. al contratto di locazione finanziaria, ma deve altresì essere pacificamente applicata, per tutti gli aspetti della fattispecie non accertati e/o definiti con statuizione passata in giudicato, la nuova Legge Leasing.

In questo caso, precisa la giurisprudenza, non si tratta di un’applicazione analogica (che, in assenza di norme di diritto transitorio specifiche, non sarebbe neppure possibile), ma di fare concreta applicazione della c.d. interpretazione storico-evolutiva della normativa sulla locazione finanziaria.

Il Giudice ha, quindi, stabilito che “il giudizio di validità della clausola penale inserita nel contratto di leasing dedotto in causa deve essere formulato assumendo come riferimento il comma 138 dell'art. 1 della L. n. 124 del 2017”.

Secondo il summenzionato articolo, in caso di risoluzione del contratto per inadempimento dell'utilizzatore, il concedente ha diritto alla restituzione del bene ed è tenuto a corrispondere all'utilizzatore quanto ricavato dalla vendita o da altra collocazione del bene, effettuata ai valori di mercato, dedotte la somma pari all'ammontare dei canoni scaduti e non pagati fino alla data della risoluzione, dei canoni a scadere, solo in linea capitale, e del prezzo pattuito per l'esercizio dell'opzione finale di acquisto, nonché di tutte le spese anticipate per il recupero del bene, la stima e la sua conservazione per il tempo necessario alla vendita.

E, dispetto di quanto sostenuto dal debitore, la clausola penale impugnata, sebbene di molto precedente rispetto alla c.d. Legge Leasing, ad oggi è da considerarsi assolutamente conforme al dettato normativo, pur in mancanza di una specifica previsione circa la riallocazione del bene a valori di mercato.