martedì 14 aprile 2020

COVID-19 E CONTACT TRACING: FAVOREVOLI O CONTRARI?

Oltre al distanziamento sociale, che resta il principale strumento per combattere la diffusione del virus che sta affliggendo il nostro Paese, le Autorità stanno cercando di individuare come poter passare dal seguire le tracce del virus, all’anticiparne le mosse.

A tal fine il Governo ha istituito una task force per studiare le modalità di tracciamento degli asintomatici: l’ipotesi è quella di raccogliere i dati sull’ubicazione o sull’interazione dei dispositivi mobili dei soggetti risultati positivi, con altri dispositivi, al fine di analizzare l’andamento epidemiologico o per ricostruire la catena dei contagi.

I vari utilizzi possibili di tali dati possono essere finalizzati, in via teorica e ragionando nei termini assunti dal dibattito pubblico di queste settimane:

a) alla verifica della posizione del soggetto sottoposto ad obbligo di permanenza domiciliare perché positivo, utilizzando dunque la geolocalizzazione del telefono, per accertare l’effettivo rispetto del divieto di allontanamento dal domicilio;

b) all’acquisizione, a ritroso, dei dati sull’interazione del soggetto poi risultato positivo con altri soggetti, per verificarne, nel periodo in cui aveva capacità virale, gli eventuali contatti desumibili tramite varie tecniche (transazioni commerciali, celle telefoniche, gps, bluetooth). In questo caso si parla di contact tracing.

L’ipotesi di ricostruire le connessioni virtuali dei soggetti risultati positivi era stata in un primo momento scartata dal Governo che ha di fatto provveduto a ricostruire la catena dei contagi sulla base delle informazioni fornite dai pazienti stessi. Eppure la semplice intervista del paziente si è presentata spesso lacunosa; inoltre molto spesso i pazienti non sono in grado di conoscere l’entità dei soggetti con i quali possono essere entrati in contatto nei più vari contesti (in farmacia, al supermercato ecc.).

L’utilizzo dei big data potrebbe ovviare al problema fornendo delle informazioni oggettive, veritiere e puntuali.

Il contact tracing sconta però un evidente problema: quello della protezione dei dati.

È proprio per questo che lo scorso 8 aprile vi è stata un’audizione informale del Presidente del Garante privacy alla Camera dei Deputati.

In premessa il Garante ha riconosciuto come la gravissima emergenza che il Paese sta affrontando ha imposto e verosimilmente imporrà l’adozione di misure limitative di molti diritti fondamentali, tra cui quello alla protezione dei dati, per contenere auspicabilmente il numero dei contagi.

Sul contact tracing ha espresso un parere positivo quanto alle finalità perseguite, non già repressive (come invece nel caso della sorveglianza del soggetto in quarantena obbligatoria mediante la sua geolocalizzazione), ma solidaristiche. Lo scopo perseguito coinciderebbe, infatti, con l’esigenza di sottoporre ad accertamenti quanti siano entrati potenzialmente in contatto con un soggetto risultato positivo al virus o, comunque, di adottare le misure utili a prevenire il contagio.

L’Autorità ha poi evidenziato una prima fragilità del sistema tecnologico ipotizzato: tale tipo di tracciamento presuppone che tutti i soggetti si spostino con il telefono indosso e, come noto, ciò avviene quasi certamente nella fascia di popolazione più giovane ma non in quella più anziana (peraltro più attenzionata). Le soluzioni “tecnologiche” prosegue il Garante, necessitano, evidentemente, di misure complementari di diversa natura, idonee a superare i limiti imposti, tra le altre cose, dal divario digitale.

Il secondo elemento di fragilità individuato dal Garante, riguarda la difficile coercibilità dell’obbligo di portare con sé il telefono, peraltro con un livello di batteria sufficientemente carico. Coercibilità astrattamente perseguibile solo con l’utilizzo di un vero e proprio braccialetto elettronico.

L’Autorità suggerisce quindi di ricorrere a sistemi fondati sulla volontaria adesione dei singoli che consentano il tracciamento della propria posizione. Il consenso al trattamento dei dati potrebbe essere validamente ottenuto solo se non condizionato in alcun modo (ad esempio non può essere prefigurato come presupposto necessario per usufruire di determinati servizi o beni, come è accaduto nel sistema cinese). L’efficacia diagnostica di tale soluzione dipenderebbe, in ogni caso, dal grado di adesione che essa incontra tra i cittadini, in quanto la rilevazione potrebbe per definizione avvenire solo limitatamente alla parte della popolazione che consenta di “farsi tracciare”.

La percentuale minima per l’efficacia del tracciamento, continua il Garante, è infatti stimata nell’ordine del 60%.

Sotto il profilo dell’impatto sulla riservatezza, determinato dalla conservazione in sé dei dati in vista del loro successivo utilizzo per allertare i potenziali contagiati, il Garante ha precisato che è certamente preferibile la soluzione della registrazione del “diario dei contatti” sullo stesso dispositivo individuale nella disponibilità del soggetto. Si eviterebbe così la conservazione di dati personali in banche dati dei gestori, che riproporrebbe evidenti criticità in tema di data retention.

Il Garante auspica in ogni caso che la complessa filiera del contact tracing possa realizzarsi interamente in ambito pubblico, e che tale tipologia di trattamento venga disciplinato da un intervento legislativo ad hoc che possa prevedere specifiche ipotesi di reato suscettibili di realizzazione da parte di coloro che, potendo avere accesso ai dati per qualunque ragione anche operativa, li utilizzino per altre finalità.

La norma potrebbe fornire anche una cornice generale di regole e garanzie cui uniformarsi sia a livello locale - per evitare iniziative scoordinate e non verificabili che potrebbero portare all’indebolimento della strategia di contrasto -, che europeo. E’, in questo senso, assolutamente condivisibile l’auspicio del Garante europeo per la protezione dei dati, in favore dell’adozione di un unico progetto di data tracing in ambito europeo.

 “Il rischio che dobbiamo esorcizzare - conclude l’Autorità - è quello dello scivolamento inconsapevole dal modello coreano a quello cinese, scambiando la rinuncia a ogni libertà per l’efficienza e la delega cieca all’algoritmo per la soluzione salvifica.”