giovedì 20 maggio 2021

Vaccinazioni in azienda: la privacy dei lavoratori è un aspetto da non sottovalutare, neppure in fase di pre-adesione

Il Garante per la protezione dei dati personali il 13 maggio è intervenuto nuovamente sul tema della vaccinazione nei luoghi di lavoro, con un documento di indirizzo che fornisce ulteriori indicazioni generali sul trattamento dei dati personali, in attesa di un definitivo assetto normativo.

Nelle premesse, l’Autorità ha rilevato come tale iniziativa, se da un lato può rappresentare un’opportunità per supportare la campagna vaccinale e per rendere più semplice per i lavoratori l’accesso alla vaccinazione, dall’altra presenta dei rischi privacy che dovranno essere presi in debita considerazione.  Anche in questo contesto eccezionale – ha precisato il Garante – “occorre infatti che ciascuno dei soggetti coinvolti nella realizzazione e gestione del piano vaccinale (datore di lavoro, anche in forma associata, medico competente o altro personale sanitario individuato) operi nell’ambito e nei limiti previsti dalla rispettiva disciplina applicabile, che ne costituisce la base giuridica, evitando la confusione di ruoli che può dare adito a una circolazione illecita di informazioni, che potrebbe determinare effetti lesivi dei diritti e delle libertà degli interessati. In particolare, nel quadro dall’ordinamento vigente, anche alla luce delle specifiche disposizioni adottate nella attuale fase emergenziale, deve essere sempre assicurato il rispetto del tradizionale riparto di competenze tra il medico competente e il datore di lavoro”.

Il Garante ha voluto ribadire la centralità della figura del medico competente nel contrasto e nel contenimento della diffusione del virus SARS-CoV-2 nel contesto lavorativo e quindi anche nel progetto di vaccinazione aziendale. Centralità che riguarda anche la gestione dei dati personali sensibili dei lavoratori, dati cui il datore di lavoro non può e non deve avere accesso, così come gli deve essere preclusa ogni informazione in merito a tutti gli aspetti relativi alla vaccinazione, ivi compresa l’intenzione o meno della lavoratrice e del lavoratore di aderire alla campagna o all’avvenuta somministrazione (o meno) del vaccino.

Questo aspetto è di particolare importanza, poiché molti datori di lavoro si sono chiesti, dopo l’adozione del Protocollo del 6 aprile, se fosse lecito o meno, prima di attivarsi, chiedere ai lavoratori una sorta di adesione preventiva, al legittimo fine di comprendere se lo sforzo organizzativo dell’azienda sia in linea con l’interesse dei potenziali vaccinandi.

In merito alla raccolta delle adesioni, il Garante ha precisato che poiché le informazioni relative alle adesioni o meno dei dipendenti vengono gestite unicamente dal professionista sanitario, all’atto della presentazione del piano vaccinale aziendale all’ASL territorialmente competente, il datore di lavoro dovrà limitarsi, sulla base delle indicazioni fornite dal professionista sanitario, a indicare esclusivamente il numero complessivo dei vaccini necessari per la realizzazione dell’iniziativa. Con la conseguenza, quindi, che eventuali campagne di pre-adesione dovranno essere svolte anonimamente, oppure gestite solo dal medico.

Nei casi in cui per la raccolta delle adesioni vengano utilizzati strumenti del datore di lavoro (ad es. applicativi informatici), il Garante ha precisato che dovrà essere garantito che i dati personali relativi alle adesioni e all’anamnesi non entreranno neanche accidentalmente nella disponibilità del personale preposto agli uffici che trattano i dati dei dipendenti per finalità di gestione del rapporto di lavoro (es. risorse umane, uffici disciplinari).

Un altro aspetto operativo molto rilevante è la pianificazione delle vaccinazioni. Il datore di lavoro, secondo il Garante, potrà fornire delle indicazioni e dei criteri in ordine alle modalità di programmazione delle sedute vaccinali, tenuto conto della necessità di assicurare il regolare ed efficiente svolgimento dell’attività lavorativa, senza però venire mai a conoscenza dei dati dei vaccinandi. In buona sostanza, i lavoratori potranno assentarsi dal posto di lavoro senza dover comunicare il motivo dell’assenza.

L’assenza del lavoratore potrà essere giustificata, ove richiesto, con le modalità ordinarie stabilite nei contratti collettivi nazionali applicabili, ovvero mediante rilascio da parte del soggetto che somministra la vaccinazione all’interessato di un’attestazione di prestazione sanitaria indicata in termini generici. Questo aspetto merita sicuramente un approfondimento particolare in sede di programmazione del piano, considerato che dall’altra parte, il Protocollo nazionale per le vaccinazioni sui luoghi di lavoro prevede invece che il tempo per la vaccinazione anti-Covid debba essere considerato a tutti gli effetti attività lavorativa.

Resta salvo – precisa il Garante - che ove dall’attestazione prodotta dal dipendente sia possibile risalire al tipo di prestazione sanitaria da questo ricevuta, il datore di lavoro, salva la conservazione del documento in base agli obblighi di legge, dovrà astenersi dall’utilizzare tali informazioni per altre finalità nel rispetto dei principi di protezione dei dati e non potrà chiedere al dipendente conferma dell’avvenuta vaccinazione o chiedere l’esibizione del certificato vaccinale.

In merito alle attività di somministrazione, il Garante ha precisato che gli ambienti selezionati dovranno avere caratteristiche tali da evitare per quanto possibile di conoscere, da parte di colleghi o di terzi, l’identità dei dipendenti che hanno scelto di aderire alla campagna vaccinale. Per quanto possibile nei luoghi prescelti dovrebbero essere adottate misure volte garantire la riservatezza e la dignità del lavoratore, anche nella fase immediatamente successiva alla vaccinazione, prevenendo l’ingiustificata circolazione di informazioni nel contesto lavorativo o “comportamenti ispirati a mera curiosità”.