lunedì 14 novembre 2022

NEWSLETTER DEL 14 NOVEMBRE 2022

La doppia valutazione di nullità del patto di non concorrenza.

(Cass. Civ., Sez. Lav., Sent. n. 33424 del 11 novembre 2022)

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 33424 dell’11 novembre 2022, si è espressa in merito alle differenti ipotesi di nullità del patto di non concorrenza ex artt. 1346 c.c. e 2125 c.c., che assumono diversa rilevanza, ai fini del loro riconoscimento, in punto di onere motivazionale.

Nel caso in esame un lavoratore impugnava il patto di non concorrenza stipulato con l’ex datore di lavoro chiedendo che fosse accertata la sua nullità in ragione dell’indeterminatezza, ex art. 1346 c.c., e dell’incongruità, ex art. 2125 c.c., del corrispettivo previsto.

In particolare il patto prevedeva che, a fronte di un impegno di non concorrenza per 20 mesi dalla cessazione del rapporto, al lavoratore spettasse un importo pari a 10.000 euro all’anno per tre anni.

Inoltre si pattuiva che, in caso di cessazione del rapporto di lavoro prima del triennio, al lavoratore non sarebbe spettato l’intero importo di 30.000 euro, ma un minor importo collegato alla durata del rapporto.

Sia in primo che in secondo grado veniva dichiarata la nullità del patto di non concorrenza sia per indeterminatezza ed indeterminabilità del corrispettivo spettante al lavoratore, in quanto correlato alla durata del rapporto, che in ragione del fatto che il corrispettivo calcolato, in caso di cessazione del rapporto prima del decorrere dei tre anni, non sarebbe stato congruo e proporzionato al sacrificio richiesto al lavoratore.

Avverso la sentenza della Corte d’Appello, presentava ricorso la società denunciando il vizio di motivazione nella parte in cui si affermava, mettendo tali elementi sullo stesso piano, che il corrispettivo del patto di non concorrenza sarebbe stato indeterminato, indeterminabile e incongruo.

La Corte di Cassazione accoglieva il ricorso riconoscendo che la sentenza impugnata aveva sovrapposto la questione della determinabilità del corrispettivo ex art. 1346 c.c. e la diversa questione della sua congruità ex art. 2125 c.c., precludendo così un effettivo controllo sull’esattezza e sulla logicità del ragionamento. Difatti, la Suprema Corte ribadiva che, al fine di valutare la validità del patto di non concorrenza in punto di corrispettivo dovuto, vada prima vagliata la nullità del patto per mancanza del requisito di determinatezza o determinabilità del corrispettivo pattuito tra le parti ex art. 1346 c.c. e, solo dopo aver verificato che il compenso è determinato o determinabile, vada accertato che esso non sia simbolico, manifestamente iniquo o sproporzionato in rapporto al sacrificio richiesto al lavoratore.

 

La non vincolatività del giudice civile al giudicato penale nel giudizio relativo alla legittimità del licenziamento di un lavoratore.

(Cass. Civ., Sez. Lav., Sent. n. 32680 del 7 novembre 2022)

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 32680 del 7 novembre 2022, si è espressa in merito alla non vincolatività del giudicato penale nell’ambito del giudizio relativo alla legittimità del licenziamento comminato ad un lavoratore.

Nel caso in esame un dirigente conveniva in giudizio l’ex datore di lavoro chiedendo l’accertamento dell’illegittimità del licenziamento per genericità della contestazione disciplinare e mancanza di giusta causa e giustificatezza.

In particolare, il dirigente veniva licenziato per aver sottoscritto, in corso di rapporto e con la connivenza dell’allora AD, un patto di stabilità retrodatato particolarmente gravoso per la Società.

Il Giudice di primo grado accoglieva solo in parte le pretese del lavoratore e riteneva il recesso privo di giusta causa ma supportato da giustificatezza, con la conseguenza che la Società veniva condannata al pagamento dell’indennità sostitutiva del preavviso, ma non all’indennità supplementare propria del rapporto di lavoro dirigenziale.

La Corte d’Appello, invece, riteneva che la condotta del lavoratore configurasse una giusta causa di recesso e, per l’effetto, lo condannava alla restituzione delle somme percepite in esecuzione della sentenza di primo grado.

Il lavoratore, vista la decisione della Corte d’Appello, proponeva ricorso in Cassazione sottolineando che il giudice di secondo grado aveva ritenuto che la condotta accertata integrasse una giusta causa di recesso dal rapporto di lavoro ignorando tutte le circostanze del caso concreto.

Nello specifico, secondo il dirigente, la Corte d’Appello aveva completamente omesso di considerare che il procedimento penale per truffa ai danni della Società si fosse concluso con l’assoluzione del ricorrente.

La Corte di Cassazione, rigettando il ricorso proposto dal lavoratore, ricordava che ai fini della valutazione della legittimità del licenziamento disciplinare irrogato sulla base di un fatto per il quale sia stata avviata azione penale, non rileva la valutazione penalistica del fatto, ma è necessario effettuare una valutazione autonoma in ordine all’idoneità del fatto ad integrare gli estremi della giusta causa o del giustificato motivo di recesso.

Sul punto, in particolare, la Corte di Cassazione sanciva che “nel giudizio relativo alla legittimità del licenziamento disciplinare intimato al lavoratore sulla base di un fatto per il quale sia stata esercitata l'azione penale, il giudice civile non è vincolato dal giudicato penale ed è, quindi, abilitato a procedere autonomamente alla valutazione del materiale probatorio acquisito al processo, nel caso di mancata partecipazione al giudizio penale del datore di lavoro, che pure era stato posto in condizione di farlo. Ed infatti l'art. 654 c.p.p., diversamente dall'art. 652 relativo ai giudizi civili di risarcimento del danno, esclude che possa avere efficacia in un successivo giudizio civile la sentenza penale di condanna o di assoluzione, con riferimento ai soggetti che non abbiano partecipato al giudizio penale, indipendentemente dalle ragioni di tale mancata partecipazione”.

 

A chi spetta la dimostrazione della mancata predisposizione delle misure di sicurezza?

(Cass. Civ., Sez. Lav., Sent. n. 31920 del 28 ottobre 2022)

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 31920 del 28 ottobre 2022, si è espressa in merito alla corretta applicazione dei criteri dettati in materia di ripartizione dell’onere della prova in caso di violazione, da parte del datore di lavoro, degli obblighi di predisposizione delle misure di sicurezza necessarie a garantire l’integrità fisica e morale dei dipendenti.

Nel caso in esame un lavoratore conveniva in giudizio l’ex datore di lavoro, chiedendo l’accertamento circa la responsabilità della società per i danni lui cagionati dall’essere stato addetto per anni all’esecuzione di mansioni usuranti, e il conseguente risarcimento in suo favore del danno differenziale.

La Corte d’Appello, riformando la sentenza di primo grado, rigettava le domande formulate dal lavoratore. In particolare, la Corte riteneva che il lavoratore fosse venuto meno all’onere di dimostrare la sussistenza di specifiche omissioni datoriali nella predisposizione delle misure di sicurezza suggerite dalla particolarità del lavoro, dall'esperienza e dalla tecnica necessaria ad evitare il danno. Solo ove tale prova fosse stata offerta dal lavoratore sarebbe sorto per il datore di lavoro l'onere di dimostrare di avere adottato le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del pregiudizio.

Il lavoratore, proponeva ricorso in Cassazione lamentando l’errore di diritto commesso dalla Corte nel dare applicazione ai criteri di ripartizione dell’onere della prova.

La Corte di Cassazione, accogliendo il ricorso proposto dal lavoratore, evidenziava che l’interpretazione fornita in tema di ripartizione dell’onere della prova dalla Corte d’Appello finiva con “porre a carico del lavoratore la dimostrazione della violazione da parte del datore di lavoro di specifiche misure antinfortunistiche - anche innominate - laddove il lavoratore era tenuto solo a dimostrare il nesso di causalità tra le mansioni espletate e la nocività dell’ambiente di lavoro restando a carico del datore di lavoro la prova di aver adottato tutte le misure esigibili in concreto”.

Per l’effetto la Corte di Cassazione cassava con rinvio la sentenza della Corte d’Appello disponendo il riesame del materiale istruttorio e degli esiti della prova orale e documentale alla luce del consolidato principio in forza del quale “l’art. 2087 c.c. non configura un’ipotesi di responsabilità oggettiva, in quanto la responsabilità del datore di lavoro va collegata alla violazione degli obblighi di comportamento imposti da norme di legge o suggeriti dalle conoscenze sperimentali o tecniche del momento; ne consegue che incombe al lavoratore che lamenti di avere subito, a causa dell'attività lavorativa svolta, un danno alla salute, l'onere di provare, oltre all'esistenza di tale danno, la nocività dell'ambiente di lavoro, nonché il nesso tra l'una e l'altra, e solo se il lavoratore abbia fornito tale prova sussiste per il datore di lavoro l'onere di provare di avere adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno”.